Roland Garros – Siamo proprio  sicuri che Matteo Berrettini sia così anziano?

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Roland Garros – Siamo proprio  sicuri che Matteo Berrettini sia così anziano?

Il canto del cigno. Quante nostalgiche passerelle per i campioni di una certa età giunti sull’orlo della pensione. I soli a non mollare mai sono i doppisti. Otto in tabellone hanno superato la soglia dei 40 anni, ma i doppisti over 30 nel main draw sono ben 64, cioè per l’appunto esattamente la metà dei 128 che lo giocano. Sempre meglio giocare a tennis che lavorare, no?

Il punto è che se la maggior parte dei doppisti continua oppure smette e appende la racchetta al chiodo, pochi se ne accorgono. Pochi di loro infatti sono stati vere star. Cioè campioni acclamati, inseguiti ogni dove dai cacciatori di autografi, un tempo, di selfie, oggi. Gli organizzatori dei tornei non sempre li amano. Costano e impegnano non poco sotto il profilo logistico, senza che molti comprino i biglietti per vederli giocare. Anche se poi lo spettacolo che offrono è tutt’altro che disprezzabile. A me, ad esempio, divertono moltissimo. Anche perché il doppio mi è sempre piaciuto. Sia giocarlo che vederlo. Però i promoter usano i doppisti più spesso come riempitivo che altro. Soltanto le coppie che arrivano a giocare le finali ATP godono di qualche visibilità, di riconoscibilità, se non proprio di fama. Più o meno come le ragazze che non riescono a entrare tra le top 20.

Trent’anni è l’età appena raggiunta da Matteo Berrettini che per alcune persone di scarsa sensibilità è già quasi un vecchietto semi-irrecuperabile. Quest’anno i suoi bassi sono stati più degli alti. E la sua storia tennistica, una carriera di cui lui giustamente può dirsi orgoglioso, è stata funestata da una lunga serie di infortuni. Che sono cominciati una vita fa. Lo dice la stessa storia del suo Roland Garros: Matteo sta giocando il suo primo Roland Garros da 5 anni a questa parte, quando è da poco uscito dai top 100.

È n. 105 ATP. Così, al momento, l’ex finalista di Wimbledon 2021 può entrare in tabellone senza passare dalle forche caudine delle “quali” di Roehampton soltanto se qualcuno di coloro che lo precedono avrà il buon gusto di ritirarsi. Contare su una wild card distribuita dagli inglesi sarebbe utopistico. Soltanto due volte Matteo aveva giocato le “quali” di uno Slam, perché poi era entrato fra i top 100 a vele spiegate, prima di diventare il primo italiano dai tempi di Panatta a centrare una finale di Slam, a Wimbledon per l’appunto, dove soltanto Sinner ha saputo far meglio. Matteo è stato anche il primo a centrare i quarti di finale in tutti gli Slam.

Dopo aver rimontato l’ungherese Fucsovics, il magiaro è più anziano di 4 anni, che gli aveva strappato il primo set (6-7 7-5 6-1 6-2), Matteo è venuto in conferenza stampa e ha detto cose che meritano di essere lette. Al prossimo turno incontrerà il francese Rinderknech, contro il quale Matteo si ritirò all’US Open del 2023.

Io credo che Matteo meriti ancora fiducia. Non tantissima, ma un po’ sì. Lui stesso, d’altra parte, ha raccontato ancora questo lunedì che da quando era ragazzino ha sempre dovuto fare i conti con il proprio fisico.

Ci sono tennisti, vedi Medvedev e Zverev, che sono alti un metro e 98, cioè 2 cm più di lui, ma, a prendere per buone le misure dei vari media guide, pesano molto meno del romano, che pure ha dei polpacci magrissimi, esili quanto grissini: 83 kg il russo e 90 chili il tedesco. Matteo è alto 1,96 ma pesa 95 chili.

Il tennis si misura fondamentalmente su tre macroaspetti: la testa, intesa come mente, capacità di concentrazione, intelligenza tattica, nervi saldi, equilibrio; il fisico, dove ci sta tutto, braccia, piedi, mano, muscoli, resistenza, agilità eccetera, meglio se di natura piuttosto che costruiti; infine il talento. A questi tre aspetti si deve aggiungere la capacità, o meno, di lavorare per migliorare ogni cosa. Quella, per intendersi, che ha sviluppato enormemente da sempre Jannik Sinner.

Matteo ha avuto buona testa e buon talento, ma molto poco fisico naturale. Direi che per certi versi ha somigliato ad Adriano Panatta. Anche l’altro romano, se appena appena non era ben allenato, perdeva facilmente da giocatori meno talentuosi di lui, perché il fisico non era all’altezza né della testa né del talento.

Classe 1950, Adriano ha ottenuto i grandi risultati che sappiamo ma senza la necessaria continuità. E ai suoi 30 anni ha smesso di vincere. A differenza di un Nicola Pietrangeli che invece aveva anche il fisico e infatti è stato competitivo ad alti livelli fino quasi a 40 anni.

Giocatori come Djokovic, Nadal, Monfils, Wawrinka hanno goduto di tutte e tre le componenti fondamentali di cui ho parlato…

Questi primi giorni di calura quasi insopportabile al Roland Garros, pare che per tre giorni di fila Parigi non abbia mai avuto il clima che ci aspetta, sono stati appunto, come accennavo, una sorta di passerella per diverse vecchie glorie. Si è visto esibirsi il 39enne Monfils, il quarantunenne Wawrinka, il trentottenne Bautista Agut, dopo che domenica il trentanovenne Djokovic aveva rimontato Mpetshi Perricard.

La differenza è che nel momento in cui, vittoriosi o sconfitti, arrivano in sala conferenze i singolaristi “âgé” che hanno vissuto momenti di vera gloria, vengono applauditi da noi giornalisti come di solito toccava soltanto ai freschi vincitori di Slam, nel giorno stesso del loro trionfo.

E, come Stan The Man Wawrinka questo lunedì, si commuovono pure, quasi come nel giorno degli Slam vinti: lui tre, ovunque fuorché a Wimbledon, una volta contro Nadal in Australia e due contro Djokovic, a Parigi e New York.

Non è che Wawrinka, Federer, Nadal, Murray, Djokovic non abbiano patito vari acciacchi, anzi, ma quasi tutti sono rimasti sulla breccia ben oltre i 30 anni. Si sono avvicinati ai 40…

Riuscirà anche Matteo Berrettini a tener duro? Su di lui c’è meno pressione che su Adriano Panatta, che era l’eroe del suo tempo e non aveva eredi. Matteo ne ha diversi, Jannik per primo e per distacco, ma anche Musetti, Cobolli, Darderi e altri. Se perde non se ne fa un dramma, il tennis italiano ha altri tennisti che possono tenere alta la bandiera.

Forse il Roland Garros non è la superficie più adatta per mettersi alla prova, ma questo giugno-luglio sull’erba potrebbe regalargli ancora altre soddisfazioni. Io me lo e glielo auguro di cuore. Stesso augurio ai… giornalisti di una certa età. Ogni riferimento personale è puramente casuale.

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