Padre tempo e una consapevolezza nuova nelle parole di Matteo Berrettini, qualcosa che ha il sapore dell’esperienza ma anche della responsabilità. Non è ancora tempo di bilanci, la carriera del romano è ancora lunga, ma è giusto anche voltarsi indietro e apprezzare quanto di buono di è fatto in carriera. Una carriera che ha conosciuto vette altissime, ma anche il desiderio di restituire qualcosa a chi oggi si affaccia sul circuito.
I pensieri di Matteo Berrettini, in tal senso, arrivano direttamente dalla Caja Magica, raccolte dai colleghi di Sky Sport Italia, nel cuore del Mutua Madrid Open. E non è un dettaglio secondario: è la sua prima intervista da trentenne, un passaggio simbolico che sembra riflettersi anche nei toni e nei contenuti.
“Mi piace vedere come il tennis continua a evolversi, mi sorprende ancora per tanti versi”, racconta. Poi il pensiero va inevitabilmente ai più giovani: “Mi piace pensare che magari una mano a questi ragazzi gliela si può dare. Poi decideranno loro come prendere quello che dico, ma non sono neanche consigli: sono cose che mi vengono dal cuore. Quando parlo con Flavio (Cobolli n.d.c.), quando parlo con gli altri, cerco di trasmettere che in questo sport non c’è bisogno di fretta, di rincorrere sempre qualcosa”.
ATP Madrid, Berrettini: “Mi rivedo in quei ragazzi: a quell’età non devi difendere, devi costruire”
C’è un passaggio che più di altri racconta il Berrettini di oggi. Non quello delle volée vincenti o dei servizi sopra i 220 all’ora, ma quello che osserva, riflette e sa di esserci passato anche lui.
“Ho giocato con ragazzi anche più giovani, 500-600 del mondo, che mi dicevano che non difendono punti fino a… Ma se sei lì a quell’età non devi pensare a difendere, devi pensare a farli, a migliorare”.
Fotografia nitida del circuito, un messaggio preciso, perché dietro quelle parole c’è il ricordo di un Matteo che quegli stessi pensieri li ha attraversati: “Mi rivedo in quei momenti. E so che quando quei pensieri sono andati via, ho capito come affrontarli. Da lì è arrivato uno step importante”.
Uno step che ha portato a risultati che oggi fanno parte della storia recente del tennis italiano. La finale di Wimbledon, certo, ma non solo.
“La finale di Wimbledon deve essere messa lì sopra tutto”, dice con naturalezza. Poi aggiunge altri tasselli: “Il doppio titolo Stoccarda–Queen’s 2022, le due semifinali Slam (Us Open 2019 e Australian Open 2022 n.d.c.)… perse entrambe con Nadal, ma sono stati tornei speciali per milioni di motivi”.
E infine la Coppa Davis, quel sogno che per un giocatore italiano ha un peso specifico diverso: “Le Davis sono qualcosa che ho sognato da sempre. Viverla in quel modo con i miei compagni è stato uno dei momenti più importanti della mia carriera”.
“I ritorni non li volevo, ma mi hanno insegnato chi sono: uno che non molla”
Se c’è un filo rosso che attraversa la carriera di Berrettini, quello è fatto di cadute e risalite. Di interruzioni forzate e di nuove partenze.
“Tutti i miei ritorni… probabilmente avremmo voluto che non ci fossero”, ammette senza filtri. Ma è proprio lì che emerge la parte più autentica del suo racconto: “Mi hanno dimostrato tante volte quanto riesco a trovare l’energia e la voglia di tornare, nonostante le difficoltà, gli infortuni, i dubbi”.
Non vuole essere banale e scontata retorica, ma la derubricheremmo in esperienza o se volete in quella consapevolezza di chi ha attraversato momenti complicati e ne è uscito ogni volta con qualcosa in più.
“Credo che questa sia la cosa che mi fa dire che sono tosto”, conclude. “Alla fine, nonostante i momenti duri, quelli in cui vai un po’ giù… non mollo. E sono sempre qua”.
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