Gael Monfils, perché è stato il più grande. Sempre a modo suo

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Gael Monfils, perché è stato il più grande. Sempre a modo suo

Tutti questi anni di avrei dovuto“. Gael Monfils colpisce un dritto in salto. Potevo“. Gael Monfils mette a segno un recupero incredibile, il pubblico fa tremare lo stadio. “Dovevo“. Gael Monfils esulta come un giocatore di football dopo aver vinto un set. “Volevo“. Gael Monfils va un’ennesima volta al quinto set, sfiora una semifinale Slam. “Se fosse“. Gael Monfils per un’ultima volta accarezza da giocatore la terra del Roland Garros. Sua moglie, Elina Svitolina, è commossa.

Tutto il Philippe Chatrier si emoziona, chiama il suo nome, vuole un pezzo di lui. Ha perso al quinto set, 6-0. Dopo aver concesso i primi due a Hugo Gaston ha sfiorato una rimonta pazzesca. Sarebbe stata una bellissima ciliegina sulla torta. Forse l’ultima partita nel torneo di casa è un riassunto di una carriera che tutti noi ricorderemo sempre come incredibile. Che celebreremo. Pur avendo raccolto, come palmares, forse troppo poco. Gael Monfils, però, non è uno che dà spazio ai rimpianti. Non lo è mai stato. Si gode il pubblico, i flash, le celebrazioni.

L’abbraccio dei Moschettieri

La foto al centro del campo con Simon, Gasquet e Tsonga, gli altri tre “Nuovi Moschettieri” sa di nostalgia. C’è qualcuno che giura di aver intravisto un basco come quello di Jean Borotra alzarsi da qualche parte, in segno di omaggio. Chi ha distinto il logo di un coccodrillo, quello battezzato da René Lacoste, ballonzolare qua e là, come su una polo fantasma. Sembrerebbe anche esserci un baffo alla Jacques Brugnon arricciato, per nascondere un sorriso di approvazione. E, proprio alle spalle di Monfils, un ometto applaude e torna a confondersi tra la folla. Henri Cochet non ha mai amato le attenzioni. La Francia di ieri e di oggi per il suo figliol prodigo. Un Grande, al di là di tutto. Al di là dei trofei e delle classifiche. Che la polvere e la ruggine consumeranno. C’è un altro tipo di grandezza, che va ben oltre.

Monfils, il più grande 

Leggendo un bellissimo pezzo del collega Ben Rothenberg, è sorto anche a me l’interrogativo: quanto è stato grande Gael Monfils? Be’, davvero tanto. Non ha vinto come i Big Three, e neanche come Murray o Wawrinka. Non ha infranto record, non rimarrà negli albi d’oro come un nome ricorrente…eppure, la considerazione di grandezza, capace anche di trascendere il territorio, non gliela strappa nessuno. Perché l’amore della gente, l’attrazione ad andare a vedere Gael, le sue giocate, i suoi colpi ad effetto, Monfils l’ha messa in atto come hanno fatto davvero solo i migliori. Un animale da palcoscenico? In parte sì, ma senza la necessità di dover fingere o calarsi in una parte. Le schiacciate e i recuperi, dati da un atletismo straordinario, gli sono sempre venuti maledettamente naturali. 

E quella tendenza a chiamare la folla, attizzare le arene, è eredità di un carattere caldo, focoso. Che andava a nozze con un gioco votato al rischio, scanzonato, senza mai pensare a una qualsiasi conseguenza. D’altronde in questo modo Monfils ha giocato le Atp Finals e si è spinto al n.6 del mondo. Accompagnato da amore e invocazioni, cori e applausi, ovunque andasse. A volte anche contro i giocatori da casa. A volte forse anche calandosi troppo nella parte, e sprecando in maniera eccessiva. Qualche rimpianto, ora che si iniziano a tirare le somme, che la terra del Roland Garros diventerà presto polvere su vecchie scarpe, c’è. Dovuto alla mancanza dell’atteggiamento giusto. Tipica, quella, dei grandi artisti.

I rimpianti di Monfils

Non c’è una partita precisa, o un certo torneo, a svettare sulle altrre situazioni della carriera di Monfils. C’è la sensazione di fondo che abbia fatto troppo poco, per un problema di testa. Sì, c’è stata qualche noia fisica qua e là, ma mai così pesante da impedirgli a lungo di competere. La testa però, è stata troppo spesso il tallone d’Achille per Gael. Un po’ come Oberyn Martell nel Trono di Spade, troppo loquace nel suo duello quasi vinto con Gregor Clegane, la Montagna che cavalca. Al punto da finire per perderlo, Monfils troppe volte si è specchiato.

Sprecando match point, sciupando occasioni. Come se, improvvisamente, uscisse dalla partita senza riuscire a rientrarvi. Anche in partite dove appariva in controllo, tante volte ha finito per perdere. Chiedendosi il perché senza trovare una risposta. Ma rimanendo sempre uguale, costante nelle sue accelerazioni e nelle sue giocate, divertendo e divertendosi. Attenzione: Monfils ha sempre cercato di vincere, in qualsiasi modo e condizione, quello era il suo obiettivo. Ma con una mentalità diversa. Che, piuttosto che recriminare su quanto più avrebbe potuto vincere (solo tre ATP 500) gli ha permesso di godersi un viaggio che lo ha reso iconico.

Quel che resta

Ha sempre giocato rimanendo sé stesso, Gael. Dando importanza al risultato ma sempre con un occhio al divertirsi, al piacere suo nello stare in campo e delle persone di guardarlo. Di ammirarlo e tifarlo. La reazione dello Chatrier ieri, vicinissima alla commozione generale, ne è un fulgido esempio. Se parliamo di vittorie Monfils non entrerebbe neanche in una top 50 storica del grande tennis. Troppo poco, e di qualità relativa. Specie pensando ai mezzi fisici di cui disponeva, e alla pesantezza, unita anche ad un buon tocco, che sapeva imprimere alla propria palla.

Ma se parliamo di eredità, di racconti, di rimanere nel cuore delle persone a lungo, il discorso è diverso. Cambia del tutto. E Monfils può stare a tavola con i migliori di sempre. Lui che da giovanissimo veniva messo nella cerchia dei Djokovic e dei Nadal. Una traiettoria di carriera ben diversa, ma per alcuni tratti comunque simile. Quei tratti che rendono una carriera come tante una storia da raccontare come poche: i match al quinto, le imprese a tarda notte, la finale di Montecarlo 2016 (un piacevole ricordo personale), la semi da giovanissimo al Roland Garros. Ben 18 anni fa.

18 anni dopo tutti sanno chi è Monfils. Aprendo i social nella notte di ieri ho incrociato una storia Instagram di un’amica. Appassionata di tennis, per quanto forse non sfegatata. Chiacchierando le ho chiesto se fosse un’ammiratrice di Gael. “No, ma vederlo al Roland Garros ormai era diventata routine“, è stata la sua risposta. E questo, l’ammirazione di una ragazza italiana per un giocatore francese che non ha mai vinto eccessivamente, è un riconoscimento che ben rende l’idea di quanto grande sia stato, soprattutto al Roland Garros, Gael Monfils. Al tennis mancherà, maledettamente.

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