Prima italiana nella storia a vincere un titolo del Grande Slam in singolare (Roland Garros 2010), colonna della squadra di Fed Cup (oggi BJK Cup) che ha portato all’Italia tre titoli, Francesca Schiavone si è distinta tanto in campo per la sua aggressività e per il suo iconico rovescio a una mano quanto fuori dal campo per il suo carattere schietto e senza peli sulla lingua.
Gli anni e le esperienze di vita (tra cui una battaglia contro il cancro vinta nel 2019) hanno modellato il suo carattere facendole capire l’importanza del rapporto con gli altri (“All’inizio della mia carriera odiavo tutti, perché avevo un background famigliare molto rigido che mi aveva insegnato a tenere lo sguardo basso e andare dritta per la mia strada”) e aiutandola nella nuova carriera di allenatrice che insegna tennis ad appassionati di tutte le età e di tutti i livelli, dai cinque anni ai novanta, dai principianti ai professionisti.
Allo Schiavone Tennis Lab, la sua accademia nata originariamente a Milano e ora spostatasi alle porte di Varese, imparano e giocano a tennis più di 1300 appassionati, compresa anche l’austriaca Lilli Tagger, 18 anni e un rovescio a una mano che ricorda tanto Francesca, una degli astri nascenti del circuito WTA.
Il rapporto con Kim Clijsters
In una spassosissima chiacchierata con la sua ex rivale-amica Kim Clijsters, conduttrice del podcast Love All (prodotto da Served Media, il gruppo media creato da Andy Roddick), Francesca Schiavone ha parlato degli aspetti della sua vita passata e presente, partendo proprio dal rapporto con Clijsters, che ha affermato di cercarla quanto più possibile come compagna di allenamento: “Erano sessioni molto fisiche, in cui si facevano esercizi specifici e giocavamo partite, una vinceva e l’altra perdeva, ma alla fine non cambiava nulla, amiche come prima”.
“Ricordo esattamente quando ci allenavamo che correvo così tanto contro di te e non ti davo un metro, altrimenti saresti entrata in campo,” ha ricordato Francesca.
“È molto importante, potrebbe essere un buon messaggio per le altre giocatrici: godersi qualcuno che a volte è la tua avversaria, ma dalla quale puoi imparare, spingersi a vicenda oltre i propri limiti. Il tennis professionistico può essere un ambiente molto solitario, è importante trovare persone con cui può esserci questo scambio reciproco”.
La maturazione e il rapporto con gli altri
“Ho fatto una parte di questa carriera da sola e in modo individuale e poi un’altra parte con comunicazione e buone relazioni. Penso sia giusto bilanciare, trovare sempre un buon equilibrio per crescere approfittando anche del silenzio, di quando si rimane soli con sé stessi”.
Schiavone ricorda sempre ai suoi giocatori l’importanza di assaporare il momento: “Prenditi il tuo tempo, siediti e goditi un momento che è adesso… Voglio godermi questo momento. Sono con voi e sono felice e voglio essere concentrata ora su questo momento e godermelo”.
Quando si ha a che fare con giocatori giovani, a volte può essere un problema insegnare questi concetti, soprattutto ora che ci possono essere tante distrazioni in ogni momento: “Sono fortunata, i miei giocatori capiscono quando è il momento di avere il telefono e giocare con i social e le connessioni e quando invece è il momento di meditare, anche se mi rendo conto che hanno bisogno di input tutto il tempo”.
Ma questi input non devono essere ordini che li privino della loro individualità: “È importante che loro abbiano la loro identità e noi lavoriamo per loro, attorno a loro, dentro di loro, non la mia posizione dentro la loro testa. È una grande differenza.”
I grandi momenti della carriera
Inevitabile un percorso nel passato delle due campionesse, e soprattutto un ricordo dei momenti più significativi della carriera di Schiavone, a partire dalla vittoria al Roland Garros nel 2010. “Vincere il Roland Garros era il sogno della mia vita. A 18 anni sono andata per la prima volta da un mental coach e mi ha chiesto cosa avrei voluto raggiungere nella mia vita sul campo da tennis, e io dissi che avrei voluto vincere il Roland Garros ed entrare nelle Top 10.”
“Nel 2010 ci sono riuscita… ho raggiunto il picco della mia carriera. L’ho fatto e ne sono molto orgogliosa e questo mi dà tanta fiducia in me stessa, tanta energia ed esperienza per oggi essere felice, in salute e insegnare qualcosa ad altre giocatrici.”
Poi c’è stato anche il ricordo alla partita con Ai Sugiyama allo US Open 2003: “Abbiamo impiegato quattro giorni per finire una partita. Perché iniziavamo, provavamo ad andare in campo 32 volte in quattro giorni, riscaldamento, sospensione… e alla fine ho vinto 6-1 al terzo [in realtà fu 6-2 n.d.r.] e in quel momento ho sentito che era un giorno speciale per me.”
E non poteva mancare anche la partita contro Svetlana Kuznetsova negli ottavi di finale dell’Australian Open 2011: 6-4, 1-6. 16-14, 4 ore e 44 minuti e sei match point annullati. “Dopo quel match sono diventata la n. 4 del mondo. Quella partita è stata incredibile… so che sono andata oltre i limiti fisici… ho detto: gioca, gioca, gioca. Sta’ zitta e gioca. Sai cosa devi fare e vai, vai. Continua fino all’ultimo punto. E quando ci siamo date la mano, se avesse spinto un po’ di più sarei caduta a terra…”
La battaglia più dura e l’amicizia con Flavia Pennetta
Nel 2019 Schiavone ha combattuto con successo una battaglia contro il cancro, una battaglia per la quale è stata decisiva la disciplina che le era stata necessaria per arrivare ai massimi livelli nella sua professione.
“Quando sono andata lì e mi hanno detto: Francesca, iniziamo un programma e lo devi seguire. Per me è stato molto duro, ma sapevo che quella era la strada. È come il tennis quando inizi, sai cosa farai e la direzione che hai.”
“Ho trovato molte, molte persone molto più forti di me… lo sport mi ha aiutato molto con la disciplina, con il credere in quello che stavo per fare… Tutti devono andare nella direzione che il dottore ti dà e devi farlo, anche quando pensi: no, non lo faccio. Devi farlo comunque.”
“Mia madre mi ha salvato la vita, mio padre mi ha salvato la vita. Mia moglie mi ha salvato la vita. Quindi è importante con chi sei e l’amore che ricevi”. A quell’epoca Flavia era incinta, e vivevano le loro reciproche condizioni (molto diverse) una di fianco all’altra: “Dopo un po’ ho parlato con Flavia e le ho detto: senti, tu sei incinta, io vomito tutti i giorni. Così possiamo sentirci bene insieme e trovare un modo per sostenerci a vicenda. Andavo da lei alcuni giorni e piangevamo, vomitavamo, chiacchieravamo, mangiavamo qualcosa insieme e sì, mi ha sostenuto e lo ricorderò per sempre.”
Il progetto con Lilli Tagger
Ora Schiavone segue quasi a tempo pieno una delle grandi speranze del tennis femminile, quella Lilli Tagger che sta cercando di scalare le classifiche con il rovescio a una mano, quasi una rarità di questi tempi.
“Quando l’ho vista mi sono resa subito conto che era un cavallo di razza. Poi ho passato alcune settimane con lei e ho detto: vediamo se sa gestire un po’ di pressione, come affronta i punti. Così l’ho presa e le ho detto: andiamo a giocare qualche torneo.”
Tagger le era stata presentata da Alex Vittur, l’attuale agente di Jannik Sinner, e dopo un periodo di valutazione ha deciso di prenderla sotto la sua ala protettrice. “Questa vita è dura, ma lei è una spugna, assorbe informazioni ogni giorno, e il giorno dopo lo mette in campo”.
Il difficile rapporto con la Federazione
Nonostante sia stata la capostipite della “generazione di fenomeni” a livello femminile con Pennetta, Vinci ed Errani, Francesca Schiavone non fa parte dei progetti della FITP. Visti i risultati che stanno ottenendo i tennisti italiani negli ultimi anni, il “modello FITP” è studiato in tutto il mondo come il possibile modello vincente da attuare per sviluppare i propri giocatori, ma Schiavone vede luci e ombre nel lavoro della Federazione.
“Quello che di buono ha fatto bene la Federazione è, ed è ancora, il numero di tornei in Italia, per dare opportunità ai tennisti italiani di fare esperienza e punti senza viaggiare troppo… Il tennis è uno sport molto caro, e in questo modo ci sono tante opportunità senza dover andare in Argentina o comunque dall’altro capo del mondo”.
“Quello che non mi convince è il sistema dei coach. Certamente il sistema consente di avere un contatto, un supporto per qualunque ragazzo sopra i 14 anni che abbia potenziale e voglia svilupparlo. Ma credo che ci siano troppi coach, non c’è bisogno di così tanta gente, è importante che ogni bambino sia in buone mani, ma non sono sicura che questo sistema faccia sì che ciò accada”.
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