Conoscete Davide Petrella, in arte Tropico? È un bravissimo cantautore napoletano, che ha scritto tanti testi famosi per cantanti noti, da Cesare Cremonini a Fabri Fibra, e cita spesso la sua città nelle proprie canzoni. Andando al (riuscitissimo) Challenger di Napoli, tornato in auge nel 2024 dopo un anno di stop in seguito ai tanti problemi avuti all’ATP 250 nel 2022, una canzone in particolare mi balzava in mente: “Non esiste amore a Napoli”. È una canzone nostalgica, di vuoto, di abbandono, della difficoltà di vivere, nella propria città e non solo, senza la persona amata.
Napoli è una città contraddittoria, con tante cose belle, altre meno, e qualche problema logistico di troppo. Sembrava impossibile poter tornare ad avere le attenzioni del grande tennis dopo il “disastro” (si passi il termine) del 2022, tra partite sospese per umidità e campi scivolosi. Ma, d’altronde, giocare un torneo su cemento outdoor in autunno a livello del mare…non è esattamente una mossa da fini strateghi. Al terzo anno di ritorno, il Challenger 125 di Napoli (Guerri Napoli Tennis Cup), tornato a casa sulla terra dello storico circolo, ha dimostrato che sì, si può ancora fare tennis nella città partenopea. E forse da qualche parte esiste anche l’amore.
Cinà, Medjedovic, Wawrinka e non solo: quanti nomi!
Un torneo lo fanno i nomi. Su questo, è difficile controbattere. Da questo punto di vista il Challenger di Napoli può dirsi certamente molto fortunato, avendo ospitato tre top 100, una grande promessa come Medjedovic e i due azzurrini più chiacchierati, Cinà e Vasamì. E ovviamente, per il giubilo del pubblico, più e meno esperto, Stan Wawrinka. Forse tra le tante cose belle che rimangono dalla settimana napoletana, la migliore è proprio l’atmosfera che si creava con lo svizzero. Negli allenamenti, vedendolo passeggiare in città, e anche nell’unica partita giocata, contro il francese Martineau. Sembrava un italiano, tanto forte e caldo è stato il sostegno dal primo all’ultimo punto.
La sua presenza, unita alla finale Altmaier-Medjedovic, che potrebbe tranquillamente comparire nelle fasi avanzate di un ATP 250 o in un secondo turno 1000, ha contribuito in maniera non indifferente al prestigio del torneo. Il D’Avalos, centrale del circolo molto caratteristico, con le gradinate in pietra e lo scorcio del Golfo subito dietro, era pieno in ogni ordine di posto per la maggior parte delle partite. Il quarto di finale Cinà-Sachko, nonostante si giocasse alle 11 del mattino del venerdì, giorno lavorativo, ha riempito anche gli spalti supplementari costruiti appositamente per il torneo. Lì, un po’ come quando si parla del Sud America, si è avvisata la vera differenza.
La bella risposta di Napoli
Parlando con Vitaliy Sachko, grande sorpresa del torneo arrivato fino alla semifinale, era chiara la sua sorpresa nel riflettere sul pubblico presente. Solitamente i Challenger, anche quelli più noti e ben organizzati, si giocano, eccezion fatta per i turni finali, davanti a pochi spettatori. Qualche nerd, curiosi, parenti e staff, e poco altro. Invece la settimana napoletana ha presentato una piacevole costante: su tutti i tre campi, anche per i doppi, tantissimi fan entusiasti. È stato bello vedere Federico Cinà posare per selfie che sembravano infiniti o ammirare Stan Wawrinka contornato dalla folla durante e dopo gli allenamenti.
Come nei tornei sudamericani, la passione per il tennis, pur essendo “solo” un Challenger, ha avuto la meglio su tutto il resto. Il torneo di Napoli, edizione 2026, ha restituito una città che vuole il grande tennis, che vuole essere protagonista. E spettatori di tutte le età ad incitare i propri beniamini, riempiendo di chiacchiere tennistiche il bel circolo sul lungomare di Mergellina. Quasi oscurando, per qualche giorno, la squadra di Conte e i mal di pancia di Lukaku. Una splendida cornice, un bell’ambiente, con un solo, piccolo neo. Che però, al contrario di quanto si dica e legga in giro, è molto meno ingombrante nella realtà di quanto si possa pensare.
Gli scommettitori: piaga, ma non purulenta
Partiamo da un presupposto: scommettere, al compimento della maggiore età, è perfettamente legale. Divertirsi giocando su avvenimenti sportivi non è sbagliato, non è da condannare a priori. Anche perché i tornei spesso hanno tra i propri partner delle società di betting. Dunque le scommesse non sono il male del tennis, perché ci sono modi ben peggiori per arrecare danni a questo sport. È vero, a Napoli è più evidente rispetto ad altri tornei la pratica di prendere le parti di un giocatore in maniera veemente, specie dopo che ha perso il primo set, per il proprio portafoglio. Ma non si fa di tutta l’erba un fascio.
In alcuni match, come Sachko-Pellegrino e Travaglia-Guerrieri, si è andati molto vicini al limite. Ma nulla di paragonabile a quanto accaduto nel 2025 a Raul Brancaccio, che aveva avuto tutto il pubblico contro pur essendo campano, originario di Torre del Greco, in provincia di Napoli. Non ci sono state scene così vergognose, condannabili, ma semplicemente manifestazioni di tifo per un giocatore o l’altro, come succede un po’ ovunque. Un attestato di stima, anche questo, che fa sottolineare una cosa: a Napoli il tennis non si guarda solo perché ci si è scommessi qualcosa a riguardo.
Esiste tennis a Napoli
In conclusione, l’esperienza non può che definirsi positiva. Il livello di gioco è stato piacevole, la cura nei dettagli, sia per addetti ai lavori che pubblico, non è assolutamente mancata, e i giocatori hanno più volte testimoniato di sentirsi a proprio agio e stupiti dal calore del pubblico, tutt’altro che da Challenger. La superficie, la collocazione in calendario e la scelta dell’ATP di ridurre all’osso i 250, oltre che il ricordo del 2022, impediscono di sognare qualcosa in più. Ma indubbiamente, nelle tappe europee su terra del circuito “cadetto”, in avvicinamento ai grandi eventi primaverili sul mattone tritato, il Challenger di Napoli è la migliore. E forse Tropico, in fondo, aveva torto: esiste amore (e tennis) anche a Napoli.
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