C’è stato un tempo in cui il Principato di Monaco non era soltanto vicino all’influenza di quella che sarebbe stata poi l’Italia: ne condivideva lingua, cultura, abitudini. La storia della famiglia Grimaldi, di origine ligure, affonda le radici in un contesto profondamente connesso alla Repubblica di Genova, e per secoli Monaco è rimasta parte di quella sfera d’influenza. Il monegasco stesso deriva dai dialetti liguri, segno di un’identità che il tempo e la politica non hanno mai cancellato del tutto.
Poi arrivano l’Ottocento e i grandi giochi di potere europei. Con gli accordi di Plombieres, Camillo Benso di Cavour ottiene l’appoggio di Napoleone III per sconfiggere gli austriaci e progredire verso l’unità d’Italia, ma il prezzo è alto: Nizza e la Savoia passano alla Francia, territori intrisi di un’italianità nascente che non arriverà mai a compimento.
È un confine che si sposta, ma che non cancella del tutto ciò che c’era prima e che per certi versi c’è tuttora.
C’è poi un altro aspetto che rende tutto questo ancora più suggestivo, ed è la provenienza di Jannik Sinner. Perché anche lui arriva da una terra di confine, da uno di quei luoghi in cui la storia non ha mai camminato in linea retta. Il Sudtirolo, oggi italiano, è stato per secoli parte del mondo asburgico, e solo dopo la Prima guerra mondiale passò all’Italia con il Trattato di Saint-Germain-en-Laye. Secondo i patti iniziali, il confine avrebbe dovuto seguire la linea di displuvio alpino. Sesto e San Candido si trovano al di là dello spartiacque, nella valle della Drava, quindi teoricamente avrebbero dovuto rimanere all’Austria.
Ma la storia, soprattutto quando si chiudono le guerre, non segue mai soltanto la geografia: pesano la strategia, i rapporti di forza, il crollo di un impero come quello austro-ungarico.
Così l’Italia si è ritrovata anche quel lembo di montagna sospeso tra più mondi, e da lì, un secolo dopo, è emerso il giocatore che tutti conosciamo e che rappresenta il tennis mondiale con un tricolare accanto al nome. Non è un dettaglio da poco. Perché c’è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che a conquistare Monte Carlo, luogo di confine per eccellenza, sia stato proprio un ragazzo nato in una terra che del confine ha fatto la propria identità.
Un Masters 1000 “italiano” oltre il confine
Fatta questa doverosa premessa contestualizzante, chi frequenta Monte Carlo lo sa: l’italiano è la lingua più parlata fuori dal campo. Non è un modo di dire, è una realtà che si respira tra le tribune, nei corridoi del Country Club, nelle file per un caffè o per l’acquisto di un cappellino del torneo nelle boutique. Il pubblico è in larga parte italiano, soprattutto dal Nord, attratto dalla vicinanza geografica e da una logistica spesso più semplice rispetto a Roma.
Ventimiglia e Mentone diventano basi naturali, il viaggio è breve, l’atmosfera familiare. E così il Rolex Monte-Carlo Masters finisce per trasformarsi, anno dopo anno, in una sorta di secondo Masters 1000 italiano. Non sulla carta, certo, ma nella sostanza. Gli sponsor parlano italiano, gli annunci risuonano in italiano, le aziende italiane investono, i lavoratori italiani sono ovunque.
È una italianità diffusa, non dichiarata, che si respira ovunque all’interno di un torneo formalmente monegasco ma emotivamente azzurro. Più che un evento all’estero, Monte Carlo è un’estensione naturale del nostro tennis, una casa oltre il confine.
Il Centrale azzurro: il tifo, Sinner e il paradosso monegasco
Poi c’è il campo, e lì che la nostra teoria diventa evidenza. Basta ricordare il match tra Valentin Vacherot e Lorenzo Musetti: il padrone di casa costretto a chiedere supporto a una sparuta minoranza, mentre il Centrale spinge compatto per l’italiano. Un paradosso che racconta meglio di qualsiasi analisi cosa sia davvero Monte Carlo oggi.
E quando a vincere è ancora Jannik Sinner, tutto trova una sintesi perfetta. “Giocare qui è come essere in Italia, è un sogno”, aveva detto. Parole che diventano immagine quando l’inno italiano risuona sul Centrale, quando il pubblico canta, quando il torneo si tinge d’azzurro senza bisogno di dichiararlo.
“Essere italiano è qualcosa di speciale, non lo puoi scegliere, devi avere la fortuna di esserlo. Sento tantissimo il supporto dei tifosi italiani, ovunque giochi”.
È qui che il cerchio si chiude: Monte Carlo non è Italia per geografia, ma lo è per storia, per presenza, per una sorta di identità nascosta dalla consuetudine ma respirabile nei fatti. Un torneo che si gioca all’estero solo sulla carta, ma che vive, respira e vibra come se fosse casa e forse, in certi momenti, anche qualcosa di più: come se fosse Italia.
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