Indian Wells, dietro le quinte del torneo: la vita (tutt’altro che semplice) dei ball kids

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Indian Wells, dietro le quinte del torneo: la vita (tutt’altro che semplice) dei ball kids

Quando si pensa al BNP Paribas Open di Indian Wells, l’attenzione va inevitabilmente alle stelle del circuito. Eppure, mentre i riflettori illuminano i campioni, c’è un esercito silenzioso che contribuisce ogni giorno al perfetto funzionamento delle partite: la ball crew. Senza di loro, lo spettacolo del tennis semplicemente non scorrerebbe con la stessa fluidità.

Secondo quanto raccontato dal Desert Sun, nell’edizione 2026 del torneo californiano sono 328 i membri della ball crew, divisi in squadre di circa otto persone. Il termine “ball kids” è ormai una tradizione, ma non racconta tutta la realtà: tra i partecipanti ci sono ragazzi e adulti con un’età compresa tra i 13 e i 35 anni.

Selezione e organizzazione: non basta correre veloce

A coordinare l’intero sistema è uno staff numeroso guidato da diversi responsabili, tra cui Herman Chin, uno dei sei chairperson che supervisionano il lavoro delle squadre. In totale circa 75 membri dello staff collaborano con i gruppi di raccattapalle durante il torneo.

Per essere scelti non basta entusiasmo: tutti devono giocare a tennis, una condizione necessaria per comprendere tempi e dinamiche del gioco. Le candidature si aprono a fine agosto e chi ha già partecipato in passato gode di una corsia preferenziale. Nonostante questo, circa 150 dei 328 selezionati quest’anno sono alla prima esperienza.

I partecipanti arrivano da ogni zona degli Stati Uniti e circa un terzo proviene da fuori stato.

Regole severe e disciplina assoluta

Chi li osserva in campo nota subito una caratteristica: la precisione quasi militare dei movimenti. Le squadre raggiungono i campi camminando in perfetta sincronia e devono rispettare un regolamento piuttosto rigido.

Durante gli spostamenti verso il campo non possono parlare con il pubblico, non è consentito scattare foto con l’uniforme e soprattutto devono mantenere un controllo totale delle emozioni: nessuna reazione ai punti, anche quando lo scambio è spettacolare.

Una regola che, come si può immaginare, non è sempre facile da rispettare.

La giornata di una ball kid ad Indian Wells

Tra i tanti raccattapalle presenti a Indian Wells c’è anche Emilija Mateljan, 15 anni, di San Diego, alla sua terza esperienza nel torneo. I turni durano in genere circa sei ore, anche se il tempo effettivo trascorso in campo è inferiore. In occasione del match tra Taylor Townsend e Marie Bouzkova, Emilija ha avuto come primo compito quello di recuperare le palline e rimetterle rapidamente in gioco verso i compagni posizionati a fondo campo.

Il ritmo della partita determina anche quello del lavoro. Alcuni game scorrono rapidamente, altri diventano maratone di scambi prolungati. In ogni caso i ball kids devono restare costantemente concentrati.

Le posizioni cambiano a ogni cambio di campo, cioè dopo i game dispari. Tra i compiti preferiti di Emilija c’è quello di stare vicino alla rete oppure tenere l’ombrello sopra i giocatori durante le pause, anche se – scherza – farlo di giorno sotto il sole del deserto non è proprio il massimo.

Caldo, concentrazione e resistenza

Uno degli aspetti più impegnativi del ruolo è proprio il caldo. La temperatura percepita sul campo può essere anche molto più alta rispetto a quella esterna, rendendo le lunghe sessioni particolarmente faticose.

Dopo circa un’ora di lavoro, la squadra di Emilija viene sostituita e arriva la prima pausa della giornata. Un momento per rifiatare, spesso accompagnato da uno snack veloce prima di tornare in servizio.

Molto più di un semplice lavoro

Chi guarda dagli spalti potrebbe pensare che fare il ball kid sia un compito semplice, ma la realtà è ben diversa. La rapidità di movimento è solo una parte del lavoro: serve soprattutto anticipazione e capacità di leggere il gioco.

“Devi pensare non solo un passo avanti, ma tre”, racconta Emilija al Desert Sun, spiegando quanto sia importante restare concentrati su ogni dettaglio.

Nonostante la fatica, l’esperienza resta estremamente formativa. I partecipanti arrivano da tutto il Paese e, anno dopo anno, si ritrovano creando una piccola comunità che si ricompone a ogni edizione del torneo.

Dietro ogni grande torneo c’è sempre anche il lavoro silenzioso di chi, correndo tra una pallina e l’altra, rende possibile lo spettacolo.

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