Il rumore di Melbourne e le bombe su Kiev, la storia di Oleksandra Oliynykova

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Il rumore di Melbourne e le bombe su Kiev, la storia di Oleksandra Oliynykova

C’è un tennis che nasce nei centri federali, tra strutture perfette, programmazione e comfort. E poi ce n’è un altro che cresce dove non dovrebbe crescere, tra sirene antiaeree, blackout e notti passate ad aspettare che il rumore finisca, ma il tennis non lo sa e seguendo la logica del paradosso, cresce lo stesso. L’abbiamo vista a Melbourne, nel cuore ovattato e scintillante dell’Australian Open, un volto, una voce e una storia difficili da ignorare. Quella di Oleksandra Oliynykova, ucraina classe 2001, alla prima apparizione in un tabellone principale Slam e capace di rubare la scena ben oltre il risultato. Il perché è presto detto.

Il sorteggio le ha messo davanti la campionessa in carica, Madison Keys, sulla Rod Laver Arena. Una di quelle partite che il tennis ama concerdersi, con primi turni che sembra scontati, non solo nel risultato ma anche nell’andamento dell’incontro. Oliynykova, più che intimidita, è sembrata quasi grata. “Giocare qui, in uno stadio così grande, lo ricorderò per tutta la vita”, ha raccontato. Per i primi minuti, dice, l’emozione era tale che non sarebbe nemmeno riuscita a dire il proprio nome. Non una frase fatta: la sensazione, guardandola giocare dal vivo, era reale.

Il pubblico, e anche una parte di noi addetti ai lavori, l’ha scoperta così, quasi per caso. Eppure dietro quel nome semi sconosciuto c’è una traiettoria tutt’altro che banale. Dodici mesi fa era oltre la numero 280 del ranking, lontana dai radar che contano. Poi tre titoli WTA 125 sulla terra, una scalata rapida fino alla top 100 e, infine, Melbourne; un’accelerazione improvvisa, potremmo definirla. Il vero scatto, però, non è (solo) tecnico, è mentale. “Prima non avevo abbastanza fiducia in me stessa”, ha spiegato in una lunga e intensa intervista concessa a Ben Rothenberg su Bounces. “Ora lavoro al 300%. Non perché voglia vincere di più, ma perché so perché sono qui”.

La storia di Oliynykova

Il motivo ha un nome preciso e pesa come una sentenza: Ucraina. Oleksandra ha lasciato il Paese nel 2011, quando la famiglia fuggì durante il governo filo-russo di Yanukovych, trovando rifugio in Croazia. Per anni ha rappresentato un’altra bandiera, per necessità più che per scelta. “Se non giochi tornei nazionali, non entri nelle classifiche internazionali. Funziona così”, racconta senza vittimismo, ma l’identità, quella, non l’ha mai cambiata. E nell’estate del 2024, quando il padre si arruola volontario, Oleksandra prende una decisione controcorrente: torna a vivere e allenarsi a Kiev. Sotto le bombe russe.

Oggi è l’unica tennista professionista a farlo stabilmente. Si allena in un club dotato di generatore autonomo, mentre a casa può restare senza elettricità, acqua e riscaldamento anche per quindici ore. “Il giorno prima di partire per l’Australia c’è stato un bombardamento massiccio. Il mio appartamento ha tremato. La mattina dopo ho visto che la casa di fronte era stata colpita da un drone”. Racconta tutto con una calma disarmante, quasi a sottolineare quanto l’eccezione sia diventata normalità.

È qui che il tennis smette di essere solo tennis. L’account Instagram di Oliynykova non è una vetrina patinata, ma un messaggio diretto: @drones4ua.org, il sito attraverso cui raccoglie fondi per l’unità militare in cui presta servizio il padre. “Non ho bisogno di una grande arena per amare il mio gioco”, spiega. “Ma ho bisogno di una grande arena per rappresentare il mio Paese, per dire che la guerra continua e che abbiamo bisogno di aiuto”.

Un sogno oltre la sconfitta

Contro Keys ha giocato libera, creativa, arrivando a un solo punto dal primo set. Poi l’esperienza e la potenza dell’americana hanno fatto la differenza, ma il risultato, in fondo, è rimasto sullo sfondo. A fine match Oleksandra è rimasta in campo a lungo, sorridente, a firmare autografi come se avesse vinto. Non c’era frustrazione, solo gratitudine. “Mi sento già una vincitrice. Per un primo Australian Open, un’esperienza così è da film”.

Nelle parole raccolte da Rothenberg c’è anche spazio per temi scomodi. La convivenza con le giocatrici russe nel circuito, ad esempio. “Non sono assolutamente d’accordo. In altri sport sono state escluse. Qui no. Molte di loro supportano apertamente Putin o Lukashenko. Non sono solo tenniste che fanno TikTok: sono persone pericolose. È anche per colpa loro se il mio appartamento tremava”. Frasi nette, che raramente si sentono pronunciare in modo così diretto in sala stampa. In quella stessa sala stampa nella quale si è presentata con una maglietta ed una scritta emblematica: “I need your help to protect Ukrainian women and children but I can’t talk about it here”. Un 6-6 6-0 netto. 

E poi c’è l’altro lato, quello più leggero solo in apparenza: lo stile alternativo, i piercing, i tatuaggi, la passione per il post-punk ucraino. “È parte di me”, dice. “Come la musica. Soprattutto quella del mio Paese”. Anche qui, nessuna costruzione ma identità, ancora una volta.

A Melbourne, mentre il torneo scorre tra allenamenti affollati, favoriti annunciati e grandi obiettivi, come quelli che accompagnano Jannik Sinner verso il sogno del terzo titolo consecutivo, ogni tanto il tennis si ferma e guarda altrove, nello specifico verso una storia che ricorda perché, a volte, un campo di uno Slam può diventare molto più di un palcoscenico sportivo.

Oleksandra Oliynykova non vincerà questo Australian Open, questo è assodato, ma è difficile pensare che, in futuro, possa passare inosservata. Sperando che la prossima volta, a fare rumore, sia solo l’applauso per un gesto tecnico, la soddisfazione per una vittoria e non il silenzioso ma assordante brusio di una maglietta. 

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