Il calendario tennistico è troppo lungo oppure il calendario civile è troppo corto. Non potendo agire sul secondo, l’ATP ha come obiettivo l’ottimizzazione del primo – che poi è suo, o meglio “suo” e tra un attimo spieghiamo le virgolette. L’Arabia Saudita vuole aumentare la propria influenza nel mondo dello sport – non certo da oggi e infatti qualche punto in quest’ottica lo ha già messa a segno. Dunque, se il calendario è gestito dall’ATP, ogni torneo ha acquistato la propria settimana (o settimane) e, come abbiamo visto, l’associazione dei pro guidata da Andrea Gaudenzi sta cercando di ricomprarsi alcune licenze per ottimizzarlo.
Le cose che abbiamo in comune
Un’operazione del genere richiede una notevole quantità di denaro, nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, mentre il PIF, il fondo di investimento sovrano saudita, ne dispone a sufficienza a dispetto della crisi di liquidità (tradotto, significa avere solo una sessantina di miliardi pronti). Insomma, è piuttosto evidente che le due parti abbiano punti di incontro comuni. Non che sia sorprendente trovarli quando qualcuno vuole fare qualcosa che richiede soldi e qualcun altro è pronto a metterli a disposizione.
Vado a fare la spesa
Se dalla Svizzera Basilea, Ginevra e Gstaad avevano declinato l’offerta, l’ATP ha avuto più fortuna con altri slot. Lo rivela il New York Times citando fonti anche direttamente coinvolte nelle transazioni, secondo sui già l’anno scorso erano state riacquistate le licenze degli Open di Hong Kong e Chengdu, tornei “250”, quelli che nel circuito maggiore rappresentano la categoria inferiore.
Oltre ai due eventi cinesi, l’ATP è tornata in possesso delle licenze del Moselle Open di Metz e della Kremlin Cup di Mosca. Per quanto riguarda il primo, era già stato dichiarato deceduto nel 2025 a causa di una disputa legale avviata da alcuni azionisti di minoranza e, forse, ne è uscito meglio del previsto, mentre il secondo è stato disputato l’ultima volta nel 2021, vale a dire fino all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Due tornei che, come Chengdu, si disputavano in autunno. Tutte queste ri-acquisizioni sono state pagate dalla stessa ATP, che avrebbe anche approvato la vendita della licenza di Bruxelles a Milano a partire dal 2028, dalla Tennium alla FITP con passaggio dall’indoor ottobrino all’erba di giugno.
C’è ancora spazio nel carrello
Quattro già ripresi, ma pare che nel mirino ci siano altri due eventi: il torneo di Buenos Aires, la cui terraiola sopravvivenza non è data per scontata e non da quest’anno, e quello di Acapulco, finora l’unico di categoria 500. Entrambi i tornei si disputano in febbraio, il mese dato come più probabile per ospitare il decimo Masters 1000, previsto dal 2028 in Arabia Saudita.
Torneo “non obbligatorio” come non lo è Monte Carlo, ma che di certo diventerà una passerella per i top player – attirati dalla durata di una settimana, dai punti e non solo, come ha ricordato Tsitsipas e come vediamo succedere confrontando le entry list dei contemporanei Qatar Open e del Rio Open – e di conseguenza una vetrina luccicante per il regime. Va da sé, o forse no ma nemmeno è una grossa rivelazione (sempre delle fonti del NYT), questi ed eventuali altri futuri accordi saranno finanziati dal PIF, o più precisamente dal SURJ, il suo braccio sportivo.
Quanto è alta la montagna (di soldi)
Secondo le stime del NYT e da quanto trapelato a proposito del passaggio Brussels-Milano (24 milioni di dollari, pur non confermati), l’operazione richiederà diverse centinaia di milioni. Perché, ribadiamo, non è che l’ATP vada a bussare alla porta di un torneo sventolando un assegno chiudendo la questione. Come spiegato da un portavoce dell’ATP in un comunicato, “la partecipazione ai tornei in questo processo è del tutto volontaria”. Quindi, si parte con un’offerta base e si tratta. Parliamo di 15-20 milioni di dollari per gli ATP 250 e dai 35 ai 45 milioni per i “500”. E per questi ultimi ci si aspetta una cifra finale molto superiore.
Che significa “ottimizzare”?
Uno degli obiettivi della One Vision di Andrea Gaudenzi è l’ottimizzazione del calendario del Tour. “L’intenzione è di valorizzare gli eventi di categoria superiore. Sugli ATP 250, abbiamo approntato la strategia di ridurne il numero da 38 a 29 e l’obiettivo è 28 con l’arrivo del nuovo Masters saudita. I 250 sono importanti come tutte le categorie, ma ce n’erano troppi”, diceva il presidente del Board in occasione delle ultime ATP Finals.
Secondo il portavoce si tratta di “un processo a lungo termine volto a costruire un calendario più solido ed equilibrato dal 2028 in poi”. Da almeno un paio di anni, vale a dire dalla proposta di Craig Tiley, recentemente rivisitata al rialzo dalla PTPA, si sente parlare di Premium Tour. Il concetto è ripreso dallo stesso portavoce, che enfatizza “il rafforzamento del prodotto premium del circuito. Crediamo che un prodotto di successo inizi con i migliori giocatori che competono nei migliori eventi, e il continuo sviluppo della categoria Masters 1000 fa parte di questa strategia”.
E i tornei “minori”?
L’idea del prodotto premium può piacere o non piacere, dipende dal punto di vista. Giocatori fortissimi che vanno in giro per il mondo a giocare supertornei, un modello di immediata comprensione per attirare nuovi fan. Oppure, una cerchia di privilegiati che fanno poche tappe in qualche posto che può permetterselo a prescindere dalla risposta del pubblico a giocarsela tra di loro, l’ideale per nuovi fan disposti a (o capaci di) offrire un livello di attenzione non superiore a un video di Tik Tok.
Riprendendo il comunicato, “allo stesso tempo, gli eventi ATP 250 e 500 rimangono vitali per la forza e la profondità del Tour e continueranno a svolgere un ruolo chiave nel calendario”. Ognuno può leggerci il livello di rassicurazione che preferisce. “Il benessere dei giocatori rimane una priorità costante e siamo consapevoli che le esigenze del calendario globale rimangono una delle maggiori sfide per lo sport. Un obiettivo chiave di questo processo è quello di accorciare la stagione nel tempo e di prolungare la off-season per i giocatori, creando al contempo un calendario più snello ed equilibrato che rafforzi il prodotto del Tour per tutti gli stakeholder”.
La “vision” c’è, ma il percorso?
Ai tempi della notizia dei tentativi di acquisizione dei tornei svizzeri, in occasione dei quali si speculava su un possibile spostamento del torneo di Rotterdam da febbraio a ottobre (al posto di Basilea), l’impressione – certo anche a causa dei pochi dettagli noti – era dell’assenza di un piano organico, che si lanciassero offerte a caso in attesa di risposte affermative per poi ridisegnare il percorso di conseguenza.
Ora, almeno il punto di partenza appare chiaro: sono state accolte le lamentele per una stagione troppo lunga il cui peso ricade interamente sulle spalle dei protagonisti (anche se il numero 1 del mondo Alcaraz ha giocato 15 tornei negli ultimi 12 mesi…) ed è arrivata la presa di coscienza di un circuito poco intelligibile e – questo è sicuro – dagli introiti lontani dall’essere massimizzati. Più o meno chiaro è allora anche il punto di arrivo, quella X sulla mappa che dovrebbe rappresentare un prodotto vendibilissimo, facilmente comprensibile, con una off-season degna di questo nome. Forse, però, la mappa è ancora un po’ sfocata.
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