C’è un uomo che ha passato decenni a masticare polvere e sudore sui campi secondari di tutta Europa, sognando un giorno di vedere i propri figli calcare i palcoscenici più prestigiosi. Quell’uomo è Gino Darderi, vero e proprio architetto del “progetto Luciano” . In una conversazione concessa ai colleghi di BATennis presso il Buenos Aires Lawn Tennis Club, ha ripercorso la genesi di un successo che viene da lontano, proprio mentre il figlio Luciano conquistava l’accesso all’atto conclusivo dell’IEB + Argentina Open 2026.
Gino Darderi: “In Argentina c’erano pochissimi tornei, dovevi qualificarti con battaglie infinite”
Darderi senior rivendica con orgoglio il suo percorso, iniziato nel 1986 con vent’anni di carriera nei circuiti europei: “Ho viaggiato in Europa dall’86 per 20 anni, giocando in circuiti molto meno professionali di quelli odierni. In Argentina c’erano pochissimi tornei, dovevi qualificarti con battaglie infinite”. Questa esperienza è stata la base per l’allenamento dei figli: “Questo percorso mi ha permesso di insegnare a Luciano non solo come si colpisce la palla, ma come si sta in campo, come si gareggia e cosa si prova durante un match. Luciano gioca il tennis che insegno io, per me è abbastanza facile accompagnarlo”.
Lo studio della tecnica e il servizio perfetto
Gino sottolinea l’importanza dello studio e dell’osservazione costante: “Ho passato 40 anni in Europa a guardare i buoni allenatori. Ho imparato, studiato e copiato”. Questo approccio ha portato Luciano ad avere un servizio d’élite: “Mi rende orgoglioso che l’allenatore di Cerundolo mi dica che il servizio di Luciano è perfetto. Tecnicamente è semplice, ma non è facile da ottenere”. Nonostante i risultati, papà Darderi mantiene una profonda umiltà: “Collaboro con Guillermo Pérez Roldán, che considero praticamente il migliore. Può insegnare molto anche a me. Bisogna essere umili, non credere di sapere tutto; questo motore mi permette di trasmettere saggezza, ritmi e tecnica corretta”.
I sacrifici economici e la convinzione incrollabile
Gino non ha mai avuto dubbi sul fatto che Luciano potesse entrare nella Top 100 ATP, vedendo il percorso degli altri giocatori. La sua convinzione è stata totale, supportata da grandi sacrifici familiari: “Non ho mai dubitato. Il dubbio sorge solo se il giocatore non ha voglia di lavorare. Abbiamo investito tutto: ci sono stati momenti in cui ho preferito tenere 30 o 40 mila dollari in banca per farlo giocare invece di comprarmi una macchina nuova”. Per lui, la riuscita dipende dalla dedizione quotidiana: “Lavoriamo mattina e pomeriggio da quando ci dedichiamo a questo sport. Ci abbiamo investito la vita e bisogna essere coinvolti pienamente”.
Gino Darderi: “Si vive per il tennis. Il talento aiuta fino a un certo punto”
Per forgiare il carattere di Luciano, Gino ha imposto una disciplina ferrea fin dall’infanzia, ricordando quasi il metodo di Toni Nadal: “Quando erano piccoli li prendevo a scuola, mangiavano e poi tre ore in campo. Il doppio turno era obbligatorio perché è un’usanza che forgia il carattere”. La sua filosofia di vita è votata all’eccellenza: “Si vive per il tennis: mangi, dormi e riposi per il tennis. Bisogna abituare il ragazzo a non stare al cellulare e a guardare il soffitto. Ciò che conta qui è il talento per il lavoro, per la concentrazione e per sudare in campo. Il talento puro ti aiuta solo fino a un certo punto”.
“Luciano ha perso solo in quattro set con Carlos e Jannik”
Gino è quasi categorico sulle prospettive di Luciano: “Sì, può raggiungere la Top 10. Ha già battuto ragazzi che sono lì. Ha perso solo in quattro set contro Alcaraz e Sinner, ha fatto il quarto turno a Wimbledon e su tutti i campi veloci che erano la sua debolezza. Maturerà definitivamente a 26 anni; se non si fa male, può stare tranquillamente tra i primi al mondo”. Cita poi i due fenomeni del circuito, Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. “Sinner e Alcaraz sono diversi perché lavorano tutto il giorno. E’ questo che fa la differenza”.
Gino Darderi: “Se Luciano non giocherà per l’Italia, potrebbe farlo per l’Argentina”
Sulla questione della nazionalità, chiarisce che si tratta di decisioni personali di Luciano: “Siamo argentini e amiamo l’Argentina, ma Luciano è andato in Italia da ragazzo ed è una sua scelta professionale. Io non mi intrometto nei suoi affari o nella parte economica”. Precisa di non aver cercato strappi: “Non ho mai avuto contatti con le autorità argentine per la Coppa Davis, ma come squadra siamo aperti. Gli italiani giocano molto bene e la convocazione non è facile, ma se non giocherà per l’Italia, potrebbe giocare per l’Argentina. È una questione in cui non mi immischio, spetta a lui”.
Un team a conduzione familiare
Infine, Gino guarda con ottimismo anche alla carriera del figlio minore, Vito: “Ha appena compiuto 18 anni e ha davanti tre anni di lavoro che sono un’eternità. Se lavora correttamente con la nostra squadra, può arrivare almeno nei primi 50”. Sottolinea l’importanza di un team coeso: “Siamo una famiglia, tiriamo tutti lo stesso carro. Ho una buona squadra di fisioterapisti e allenatori, con collaboratori come Guillermo Pérez Roldán e Coco. È una squadra di brave persone ed è questo che conta”.
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