Il Mutua Madrid Open è spesso finito al centro di tante discussioni. In termini di rinnovamento e innovazione (terra blu) e di rischio scomparsa (ricordate il famoso Quinto Slam di Binaghi?). Ma ora, anche grazie allo spirito del CEO Gerard Tsobanian, il 1000 spagnolo ha deciso di finire in prima pagina per una questione ben diversa. Che strizza l’occhio, speriamo però non alle stesse condizioni, a quanto accade dal 2019 al Masters di Miami: l’utilizzo di uno stadio non nato per il tennis. In Florida la sorte è toccata all’Hard Rock Stadium, casa della squadra NFL Miami Dolphins. L’augurio, per Madrid, è che le cose vadano diversamente rispetto al torneo americano.
Miami e l’Hard Rock Stadium: un disastro annunciato
Fino al 2018, anno della romantica vittoria del primo 1000 di John Isner, il torneo di Miami si è svolto sui campi di Crandon Park, a Key Biscayne. Oggi rimane un impianto fatiscente, un lontano ricordo di quello che è stato per anni il Masters più amato, in alcune edizioni dotato addirittura di un tabellone a 128 giocatori. Si credeva obsoleta la vecchia casa del torneo e, anche per motivi economici e di sponsor, si voleva emigrare verso South Beach: più glamour, più attraente, più con vibe da Miami Vice. E allora la scelta, quasi obbligata, finì per ricadere sull’impianto del football. Un gioiellino, da circa 65.000 posti a sedere, che ha toccato anche quota 78.000 in occasione di Wrestlemania 28, massimo evento del wrestling entertainment, nel 2012.
Tutto bello, bellissimo…ma non per il tennis. Già l’inquadratura, di un campo in cemento con gli spalti intorno quasi “piazzato” al centro del campo da football, mette tristezza. Poi ci sono i problemi di natura tecnica e di gioco: la combinazione di luci e ombre (un po’ come alla Caja Magica di Madrid) rischia di essere spesso fastidiosa per i giocatori…e soprattutto manca il tetto. L’Hard Rock Stadium è dotato di copertura, ma chiaramente non sarebbe possibile chiudere un tetto di uno stadio di quel tipo e continuare a giocarci. Ciò rende il torneo strettamente dipendente dalla pioggia e dalle condizioni meteorologiche, come visto nell’edizione di quest’anno, in cui addirittura il Centrale ha rischiato di non essere pronto per l’inizio del Masters 1000. Ma per Madrid le cose potrebbero essere diverse.
La magia del Santiago Bernabeu
La casa del Real Madrid è uno dei simboli della capitale spagnola. Così come i Blancos sono un simbolo della Spagna in sé. Dunque già le premesse, nella scelta di realizzare un campo in terra battuta al Bernabeu, sono diverse rispetto all’Hard Rock Stadium. Anche perché va sottolineata una differenza fondamentale: il torneo ufficiale si svolgerà sempre, per intero, nell’impianto della Caja Magica. Nello stadio madrileno sarà impiantato solo un campo di allenamento, una sorta di ulteriore attrazione per aumentare le possibilità di guadagno e turismo. Sia alla città che al torneo stesso.
“Sin dal primo anno, il Mutua Madrid Open è sempre spiccato sugli altri tornei, e non ha mai smesso di implementare novità”, ha spiegato Tsobanian, “la proposta di quest’anno alzerà ancora di più l’asticella. Visto che inizieremo a collaborare con il Santiago Bernabeu, uno dei migliori stadi al mondo, ponendoci in una categoria che riguarda solo i migliori”. Al netto delle solite parole al miele, a tratti anche eccessive, del CEO del torneo, è chiaro che l’intuizione sia assolutamente corretta. In termini di business e di sviluppo, ma anche per ampliare il site del torneo con qualche campo di allenamento in più. Permettendo ai giocatori di muoversi più liberamente, e anche al pubblico di non affollarsi in unico punto. Un’idea simile al coinvolgimento dello Stadio dei Marmi a Roma.
Lo Stadio dei Marmi un anno dopo
Nel 2025 suscitò non poco scalpore l’introduzione di tre nuovi campi da gioco agli Internazionali d’Italia. Siti nello Stadio dei Marmi, da sempre adibito all’atletica, per non concentrare eccessivamente gli spettatori in unico punto. Idea apprezzabile, frutto di un giusto studio, ma con una riuscita non totale. La distanza dal Centrale del Foro Italico, non così facilmente percorribile nei giorni più affollati, era un handicap non banale. Certo, impegnare lo Stadio dei Marmi, storico e caratteristico, non è come impegnare impianti quali l’Hard Rock Stadium o il Bernabeu, ma il principio è molto simile: allargarsi, chiedere sempre di più.
È una conseguenza obbligata dei 1000 a 96 giocatori e 96 giocatrici: tra tennisti, staff, famiglie e fan gli spazi si fanno sempre più ristretti. E così anche nel 2026 gli Internazionali d’Italia arriveranno fino allo Stadio dei Marmi, vista anche la richiesta sempre più alta di biglietti e l’arrivo di spettatori da un po’ tutto il mondo. Lì sorgerà la nuova GrandStand Arena, confermando quindi la presenza di tre showcourt al Foro: l’altro sarà la SuperTennis Arena, che verrà adibita su Viale delle Olimpiadi, proprio di fronte al Centrale. Perché le esigenze del tennis, dei tornei, si fanno sempre più “fameliche”.
A Miami il vero problema
Dovendo tracciare un bilancio, è chiaro che il più debole dei tre sull’argomento in questione sia il torneo di Miami. In primis, un torneo storico che sta perdendo parte della sua aura, del suo appeal, a causa di questi interventi. Per i giocatori, ma anche per i fan, scoraggiati da un site abbastanza scomodo e un Centrale che sembra la triste periferia di un impero decaduto. E, per quanto possano essere belle le palme, o suggestivo il tramonto, questo non basta.
Di Roma abbiamo parlato, non sarà stato un successo ma sicuramente le cose sono andate meglio rispetto a Miami. E a Madrid, complice il “semplice sfruttamento” per allenarsi del Bernabeu, l’esperienza promette più che bene. La contaminazione con impianti di altri sport non è un problema, può anzi essere una chance di crescita e di avvicinamento al tennis anche per chi non lo conosce. Ma ciò dovrebbe avvenure con termini e modalità che non danneggino i tornei e lo spettacolo che le racchette dovrebbero garantire. A Miami, dal 2019 in avanti, le cose sono andate male in questo senso.
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