Archiviata la trasferta nordamericana con un’ottima vittoria contro Bublik a Miami e in attesa di rivederlo in campo a Marrakech, Matteo Berrettini si è dilettato in una chiacchierata con Giacomo Poretti, ospite nel podcast Porecast. Il tennista romano ha parlato a tutto tondo dai suoi inizi, all’importanza della mente in campo, passando per quella finale di Wimbledon che ha cambiato la sua carriera.
La conversazione parte proprio dal ricordo della finale di Wimbledon: “Fino al momento in cui sono entrato in campo non ho capito bene quello che stava succedendo. Ho realizzato bene dopo un mesetto, un paio di mesi. Era ancora l’epoca del Covid, c’era la bolla, stavamo in questi hotel, test tutti i giorni. I miei erano venuti a vedere la semifinale e la finale ma non li potevo toccare, non li potevo vedere perché eravamo in una nostra dimensione. Quando sono uscito ho iniziato a capire che era successo qualcosa di incredibile. Per ora è il momento più alto della mia carriera dal punto di vista tennistico“. Berrettini non dimentica il contesto e l’che circondava quella finale: “È stato bello perché poi quel giorno lì sono successe tante altre cose a Londra. Ho sentito il calore dell’Italia, di tutti che guardavano quella partita. Proprio forse da quel momento in poi il tennis è diventato quello che poi è adesso“.
Sull’erba una superficie diversa dalle altre, ma che gli ha regalato tante soddisfazioni: “Nonostante sia cresciuto sulla terra, è la mia superficie preferita. Il primo anno che ho giocato a Wimbledon l’ho odiato, non mi piaceva, dicevo: ‘No, è troppo veloce, ho bisogno di tempo’. Poi ho preso una sveglia da Federer sul centrale… quattro game in tre set, proprio una lezione. Mi è servito tantissimo“.
Su Djokovic: “La cosa che mi piace di lui è che vero. C’è chi gli vuole bene, ma non è che vuole farsi amare da tutti. In campo è bello tosto, però con me si è sempre comportato molto bene. Una volta, forse a Parigi, ha cominciato a urlare un po’ ma l’ho vista come una cosa positiva. Ho detto vuol dire che ha reagito così perché sentiva pressione. Ci sono state sempre belle battaglie. Purtroppo la maggior parte le ha vinte lui”.
Sui giocatori più difficili da affrontare, Berrettini spiega: “Roger Federer non è stato semplicissimo da gestire, però più a livello emotivo. Poi ci ho rigiocato lo stesso anno alle Finals, che all’epoca erano a Londra, e la partita era stata più equilibrata. Successivamente ho giocato anche con Nadal: per fortuna non sulla terra, ma sul cemento. Nadal sulla terra lo sconsiglierei anche adesso! La cosa bella di loro tre è che sono tutti diversi per stile, carattere e storia. Io ho avuto la fortuna di vederli, di giocarci contro e di sfidarli – perdendoci il più delle volte – però è stata una roba pazzesca“.
Sulla scelta di giocare a tennis: “Io facevo altri sport anche… facevo judo, facevo nuoto, calcetto, calcio con gli amici, un po’ di basket. Però poi a un certo punto, dopo le arti marziali… mi avevano dato la prima racchetta che avevo 3 anni, una racchettina così con le palle di spugna, però mi ricordo che non mi piaceva, volevo fare altre cose, karate, insomma queste cose qua. Mia madre invece di farmi fare karate mi ha fatto fare judo, non so perché… Però mi è piaciuto judo fino a che non mi è piaciuto più. E mio fratello, che è più piccolo di me, giocava a tennis e mi ha detto: ‘Secondo me devi provare perché è divertente’. E da là gli ho dato retta e non ho più smesso. L’ho scelto perché mi piaceva stare da solo, cioè scegliere io se vincere o perdere. Digerire una sconfitta con magari un errore di qualcuno era difficile”.
La mente ha un ruolo fondamentale nel gioco del tennis e Matteo racconta l’importante lezione ricevuta dall’ex tennista e amico Flavio Cipolla riguardo alla gestione della rabbia e della concentrazione in campo: “Io gli chiesi, perché lui era sempre così tranquillo: ‘Ma come si fa a rimanere così tranquillo?’. E lui mi dice: ‘Ma non è che pensi che io non mi arrabbi, è che io so che se mi arrabbio adesso, ho meno chance di vincere il punto dopo, che è il punto più importante’. E da lì mi scattò qualcosa e mi sono detto: ‘Ok, adesso devo provare a fare questa cosa’. Che non è immediata, non è semplicissimo, anche perché quando sbaglio un punto importante è difficile rimanere tranquilli, però devi pensare che alla fine l’obiettivo finale è vincere la partita”.
Dice ancora Matteo: “Conta molto la testa, più di quello che si pensi. Più che il rimanere calmi o il non arrabbiarsi, come dicevamo prima, è proprio il cercare lo stimolo dentro per vincere quella partita nella difficoltà. Ci sono delle volte che dici: ‘Ma c’è il vento, c’è la pioggia, ho interrotto la partita, stavo vincendo e questo ha recuperato, adesso mi fa male un quadricipite’… e dici: ‘Ma sai che c’è? Ma chi me lo fa fare di correre dietro a una pallina?’. Invece, trovare quella forza lì, secondo me, è tutto qua. È proprio scavarsi dentro, trovare l’ultimo briciolo di energie, di orgoglio, di voglia di vincere quella partita, metterle lì e sperare che succeda qualcosa”.
Dai viaggi alla solitudine della fama
Sui viaggi: “Ho girato il mondo ma non ho visto bene i posti. A Melbourne sono stato dodici volte, ma se mi dici un posto specifico non lo conosco bene. Ci ho passato forse sei mesi della mia vita sommandoli, ma appena arrivi devi ambientarti, gestire il fuso, i campi, e appena finisce il torneo la prima cosa che vuoi fare è tornare a casa“.
Sul peso e sulla solitudine della fama: “La paura è quella di non riuscire a stare accanto alle persone a cui vuoi bene quanto vorresti. È morto il mio cane, che per mia madre era un figlio, e io ero l’unico che non l’ha salutato perché ero in Australia. Quella roba lì mi ha fatto male. La lontananza pesa“.
Berrettini nella parte finale spiega cosa lo spinge a giocare a tennis, andando oltre i trofei e cercando un senso più profondo nel suo sport: “Perde un po’ di senso alcune volte quello che faccio… cioè lo reputo poco importante perché dico: non è che salvo vite, non è che faccio cose incredibili. E quindi perde un po’ [di significato]. Però la cosa a cui mi sono riagganciato, soprattutto quest’estate quando avevo perso un po’ la strada, era di… cioè mi sono accorto che facendo quello che faccio, giocare a tennis, mi sento vivo. Cioè quella roba lì mi fa sentire proprio bello vivo, attaccato alle persone, fa uscire la parte migliore di me. A quel punto ho detto: ‘Ok, lo voglio fare a queste condizioni qua’. Più che per trofei o vittorie, che poi ci sono, ci saranno e sono importantissime, però volevo proprio… voglio vivere l’esperienza delle persone, degli allenatori, del creare un gruppo speciale. La gavetta l’ho già fatta, quindi adesso voglio godermela un po’ di più”.
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