ATP Miami: Berrettini c’è, gli altri azzurri no (salvo Sinner). Fonseca c’è quasi

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ATP Miami: Berrettini c’è, gli altri azzurri no (salvo Sinner). Fonseca c’è quasi

Di solito, in questi Masters 1000 “extended”, nelle due settimane non succede quasi nulla di particolarmente significativo nei primissimi turni e giorni.

Stavolta, direi invece che i primi risultati rimbalzati da Miami, e le prime notizie riportate con dovizia di particolari sia negli ottimi articoli di Beatrice Becattini, con “Il futuro può attendere”, sulla vittoria di Alcaraz a spese di Fonseca, sia in quello di Jenny Rosmini su Il miglior Berrettini dell’anno”, dopo il successo su Bublik, siano, quando non sorprendenti, comunque molto interessanti da commentare.

Sorprendenti, per esempio, sono stati la vittoria della Linette sulla Swiatek, che in 73 primi turni non era mai andata k.o., e quella di “Long” Opelka su Jack Draper, senza dimenticare il primo exploit del diciassettenne enfant prodige Moise Kouamè contro Svajda, sebbene poi Lehecka, avversario d’altro calibro, gli abbia fatto capire che lui non è ancora… Nadal. Prima di Kouamè, il tennista più giovane ad aver vinto in un Masters 1000 era stato proprio Nadal.

A questi risultati si sono purtroppo accompagnati quelli della notte decisamente grigia, e non azzurra, della spedizione italiana, che ha visto scomparire di scena ancor prima dell’inizio del torneo Lorenzo Musetti. Il carrarino non è certo un malato immaginario, ma ogni momento ne ha una: gamba, braccio… E subito dopo sono usciti tutti gli altri, teste di serie comprese, quali Cobolli n. 13 (soccombente con Collignon e con la propria spalla: 4 break subiti ma ben 18 palle break concesse), Darderi n. 17 (contro il ventenne qualificato spagnolo Landaluce, in tre set, quando la maggiore esperienza avrebbe invece dovuto contare) e, come se non bastasse, pure Arnaldi (contro il non irresistibile Shevchenko) e Bellucci (3 soli game in 65 minuti contro Michelsen).

Ci mancherebbe ora solo che Sinner perdesse con Dzumhur. Ma non ci credo neppure se lo vedo. E non lo vedo, perché chiudo questo pezzo prima che giochi, anche se potrebbe uscire un attimo dopo.

Quindi, dopo che Elisabetta Cocciaretto ha lottato coraggiosamente ma invano per tre set contro la Gauff, si ritorna quasi a quel tennis italiano d’antan, di un paio d’anni fa, cioè a quello che già a fine weekend di un Masters 1000 prolongé aveva ancora in gara, quali superstiti, soltanto i soliti due: Jannik Sinner e Jasmine Paolini. Quest’ultima, vittoriosa su Townsend, avrà ora Ostapenko, con la quale ha vinto a Roma un anno fa, ma contro cui ha perso due volte, a Doha 2025 e agli US Open 2023. Se non ci fosse stato Matteo Berrettini, che per fortuna, e per bravura, c’è. E, come direbbe Meda se fosse Formula Uno, non era davvero scontato che ci fosse.

Come sempre, Rino Tommasi docet, quando un giocatore compie un exploit si attende con una certa apprensione la cosiddetta “prova del nove”. Fino a un anno fa, quando per interessarsi e parlare di Valentin Vacherot bisognava andare al Country Club di Montecarlo e chiederne notizie magari all’entusiasta baronessa Mélanie de Massy, lo avremmo definito un ostacolo facile facile per il ritrovato Matteo.

Però il monegasco, da quando ha vinto sorprendentemente il più incredibile 1000 della storia ATP, nel derby con il suo non meno sorprendente cugino Rinderknech, è come se avesse immagazzinato un tale boost di fiducia da essersi letteralmente trasformato in quasi un campioncino. Tanto per cominciare, oggi è n. 25 e Matteo n. 68: qualcosa vorrà pur dire in termini di continuità di risultati.

Continuare a ricordare che Matteo è stato finalista a Wimbledon e n. 6 del mondo anni fa serve a poco, in questo momento. Dovrebbe servire di più il fatto che contro Bublik ha messo a segno 17 ace, tre nell’ultimo game, e quasi sempre la prima quando ha dovuto annullare un bel po’ di palle break, ben 6, per portare a casa un più che soddisfacente 6-4 6-4.

Se Matteo riesce a servire senza paura, quel maledetto muscolo addominale ipercicatrizzato permettendo, è ancora un bel giocatore. Quel muscolo serve anche al momento di tirare il dritto hammer, e non solo sul servizio. E il fatto che “Berretto” abbia recuperato anche le smorzate giocate da uno che le sa giocare come Bublik è il segno di una condizione fisica che negli ultimi anni era stata spesso carente.

Dai, coraggio, crediamoci tutti. Leggo che diversi nostri lettori danno ancora oggi più credito a Matteo che non ai nostri altri top 20… constateremo se hanno ragione o meno. Secondo me è ancora presto per pronunciarsi. Se poi avessimo 5 italiani, anziché solo 4, nei top 20, ci sarebbe forse qualcuno che si lamenterebbe? Io no.

Due parole su Fonseca: finché un ragazzo di 19 anni perde di misura, sia pure in due set, con due fenomeni come Sinner a Indian Wells e Alcaraz a Miami, ma come si fa a discuterne il talento, le potenzialità, le prospettive? Ok che, soprattutto con Alcaraz, e forse con un Alcaraz non espressosi al 100%, non ha mai davvero dato l’impressione di poter vincere, mentre con Sinner aveva quantomeno avuto 3 set point nel primo set; e con un primo set d’abbrivio sarebbe stato probabilmente più pericoloso anche nel secondo, sulle ali dell’entusiasmo suo e della rumorosa torcida che ovunque lo accompagna. Però o ci mettiamo bene in testa sia i suoi 19 anni, sia i progressi che inevitabilmente qualunque tennista fa dai 19 anni in poi, oppure ci si dimostrerebbe estremamente superficiali.

Quante volte devo ricordare che anche i grandissimi Federer, Nadal, Djokovic hanno giocato il loro miglior tennis ben oltre i 19 anni?

Sui ko di vario tipo dei ragazzi italiani rimando l’argomento. Musetti, Cobolli e Arnaldi non sono stati bene, non stanno bene e si sono fermati, o li hanno fermati. Darderi sta vivendo l’impatto con la prima notorietà del fresco top 20, con tutti gli avversari che sognano di batterlo per costruirsi una reputazione. Ci vuole pazienza.

Se è vero che dovrà averla perfino Iga Swiatek, alla quale sicuramente non fa bene, perché è una questione di fiducia, che ormai tutti considerino, almeno fino all’arrivo dei tornei su terra battuta, Sabalenka e Rybakina le due più forti tenniste del mondo.

Il Miami Open ha sorpreso parecchio in questi primi giorni. Continuerà a farlo nei prossimi? Come dice sempre Jannik, cui non possiamo non ispirarci: vediamo.

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