Roland Garros, Fonseca: “Cerco sempre di essere me stesso in campo, ma a volte divento pazzo”

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Roland Garros, Fonseca: “Cerco sempre di essere me stesso in campo, ma a volte divento pazzo”

A Parigi Joao Fonseca è in missione. Ha l’obiettivo, non dichiarato, ma pur sempre palese, di smettere di essere soltanto una suggestione, per diventare uno da grandi tornei, da grandi risultati.  
La vittoria con Ruud pesa per il nome dell’avversario, per il campo, per il momento e per il modo. Fonseca ha comandato appena ha potuto, ha accettato la battaglia quando la partita si è allungata, ha perso il terzo set senza perdere il filo mentale e tecnico del match. E poi, nel quarto set, ha rimesso tutto al proprio posto, chiudendo con l’autorità di chi sente di appartenere sempre di più a questi palcoscenici. A rendergli la serata ancora più speciale, la presenza sugli spalti di Guga Kuerten, tre volte campione a Parigi e simbolo eterno del tennis brasiliano: È stato davvero un grande match fin dall’inizio, ho messo tanta pressione. Avere Guga lì, a sostenermi e a fare il tifo, è stato incredibile. Una bellissima esperienza”.

“Nello spogliatoio siamo rimasti in pochi: è pazzesco”

C’è ancora qualcosa di teneramente nuovo nel modo in cui Fonseca racconta il proprio viaggio. Non prova a fingersi abituato a ciò che abituato non è. Non recita il campione navigato. Sorride, guarda intorno, quasi si stupisce di essere ancora lì quando il Roland Garros ha già salutato quasi tutti. Mi sento bene. Per me è diverso, arrivo nello spogliatoio e siamo rimasti in pochi… è pazzesco, ha raccontato in conferenza stampa.

È una frase piccola, ma dice molto. Fonseca sta imparando in tempo reale cosa significhi andare avanti in uno Slam, attraversare i giorni di riposo, recuperare, gestire il corpo, difendere energie fisiche e nervose. A Parigi non basta giocare bene: bisogna anche saper rimanere dentro il torneo, giorno dopo giorno. Lui, per ora, sembra riuscirci con una semplicità quasi disarmante: “È la mia prima volta, certo, ma sto solo vivendo il momento. Fisicamente sto bene, sto recuperando bene nei giorni liberi. Dopo le partite sono stanco, ovviamente, però dormo bene, mangio bene, riposo, mi idrato. Martedì andrà bene”. Dietro l’apparente leggerezza, però, c’è una costruzione. Fonseca non è arrivato qui per caso e lo sa. Alla domanda su cosa abbia reso possibile questo salto, soprattutto rispetto a un inizio di stagione molto diverso, il brasiliano non ha cercato scorciatoie: “Penso tanto lavoro. La preparazione di dicembre è stata molto dura. L’Australia può essere un esempio: ero senza ritmo, mi ero allenato due giorni dopo tredici giorni di stop. Forse non è stata la scelta migliore, ma sono esperienze da cui imparare”.

Il cambio di mentalità: “Penso ai punti, non alla fine del match”

La parola che torna più spesso è mentalità. Ed è forse lì che si nasconde la parte più interessante del nuovo Fonseca. Non soltanto il braccio, non soltanto il dritto che viaggia a velocità da adulto, non soltanto l’aggressività istintiva di chi entra nello scambio per comandarlo. Il vero passo avanti, almeno secondo lui, è nella capacità di restare dentro il punto senza correre troppo avanti con la testa.

“Quello che è cambiato è il lavoro fisico, il lavoro duro. Ma anche la mentalità è cambiata molto: mi concentro sui punti, non sulla fine della partita”, ha spiegato. E ancora: Sono fuori casa da Monte Carlo, è la trasferta più lunga dell’anno per me. Però è arrivato tanto lavoro, la mentalità è migliorata molto. Probabilmente la risposta è questa”.

Con Ruud si è visto. Dopo aver perso il terzo set, Fonseca avrebbe potuto irrigidirsi, sentire addosso il peso dell’occasione, rimettere in partita un avversario abituato alle grandi profondità del Roland Garros. Invece ha fatto il contrario: è ripartito. Ha ricominciato a spingere, a prendersi campo, a giocare i punti importanti senza chiedere permesso. La differenza rispetto alla sfida precedente con Djokovic, per lui, è stata proprio questa: una maggiore libertà, una fiducia più piena.

Le partite con Casper e Djokovic sono state diverse. Con Djokovic è stata più mentale. All’inizio è stata dura, le condizioni erano diverse, faceva molto più caldo, e giocavo contro un ragazzo che rispetto tantissimo. Ho iniziato rispettandolo molto”, ha detto. Poi la precisazione, quasi per non essere frainteso: “Non è che non rispetti Casper. È solo che oggi mi sentivo più sicuro, più aggressivo, cercavo i colpi e provavo a comandare gli scambi molto presto”.

Il dritto e l’identità: “Amo fare vincenti”

Il tratto distintivo resta quello: il dritto. Un colpo che non accompagna la partita, ma spesso la decide. Fonseca lo usa come dichiarazione di intenti, come modo per dire chi è prima ancora di vedere il punteggio. Gli chiedono da dove arrivi tutta quella potenza, se sia qualcosa di naturale. Lui ci pensa, poi risponde nel modo più semplice, cioè raccontando sé stesso.

“È difficile rispondere. Ognuno ha la propria personalità, i propri colpi, i propri punti di forza. Penso che il mio punto di forza sia la potenza, cercare i colpi, giocare aggressivo. Poi la parte più bella, quella che spiega davvero il personaggio: “Da quando ero piccolo gioco così. Certo, non con questa continuità, però ho sempre cercato i colpi. Amo fare vincenti. Penso venga dalla mia base”.

E qui Fonseca sembra quasi consegnare il manifesto del suo tennis. Non vuole snaturarsi, non vuole diventare un altro per paura di sbagliare. Il margine, la gestione, la pazienza arriveranno. Ma senza cancellare l’istinto. “Cerco sempre di essere me stesso in campo. Essere me stesso, a volte, significa diventare pazzo. A volte la palla finisce contro la recinzione. A volte colpisco forte nei momenti importanti e perdo. Però cerco di essere fiducioso, e questo mi spinge”.

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