Dici Rafa e pensi subito a Rafael Nadal. Dici Rafa e pensi a un nome e a una garanzia, a un marchio che nel tennis, e sulla terra rossa, è diventato sinonimo di dominio e continuità. Eppure, nel presente che corre veloce, quel nome ha trovato una nuova declinazione. Si chiama Rafael Jodar, e quello che sta facendo a Madrid ha il sapore delle storie che non chiedono permesso. Era partito con una wild card, come accade a tanti giovani ancora in cerca di identità nel circuito maggiore, soprattutto se quel circuito lo frequenti da soli 5 mesi.
I segnali però non mancavano: a Barcellona ne aveva già dati di importanti, spingendosi fino alla semifinale finale e arrendendosi solo a Arthur Fils, ma è alla Caja Magica che il discorso si è fatto più serio. Le vittorie, tra gli altri, con Alex de Minaur e Joao Fonseca, arrivate al termine di partite vere, dense, tra le più belle viste in questi giorni, hanno cambiato la percezione verso un giocatore che non è più un prospetto, non è più un nome da segnare sul taccuino. È già su quel taccuino. E quando succede così presto, il sospetto di trovarsi di fronte alla purezza del talento diventa inevitabile.
Numeri che raccontano un fenomeno
Se le sensazioni possono essere ingannevoli, i numeri invece no. E quelli di Jódar (accento sulla prima sillaba) sono numeri che fanno rumore. Nelle prime 25 partite disputate sul circuito ATP, il bilancio è di 17 vittorie e 8 sconfitte. Un dato che, isolato, è già significativo, ma diventa impressionante se messo accanto agli inizi di chi ha segnato quest’epoca. Nelle prime 25 partite delle loro carriere, Carlos Alcaraz si era fermato a 14 vittorie, Jannik Sinner e Novak Djokovic a 12, Roger Federer a 11. Anche lo stesso Nadal e Fonseca erano a quota 15. Jodar è sopra tutti. Non è una statistica definitiva, certo, ma è un indizio pesante.
A questo si aggiunge un altro elemento che racconta molto del suo carattere: 7 tie-break giocati e 6 vinti. Nei momenti che contano, quando il margine si riduce al minimo, Jodar ha già mostrato una lucidità fuori scala per uno con così poca esperienza. E poi c’è la classifica, che quasi sorprende più del resto. Con meno di cinque mesi da professionista, Jódar si aggira attorno ai 1173 punti nella Race, a soli 107 punti dall’essere testa di serie al Roland Garros. Una soglia che, fino a poco tempo fa, sembrava fuori portata anche nel medio periodo. Davanti a lui, tra gli altri, c’è Brandon Nakashima, già eliminato a Madrid, con un percorso ben più lungo alle spalle. È difficile trovare precedenti di una scalata così rapida e in questo contesto, il movimento spagnolo continua a confermare la sua profondità, con nomi come Martín Landaluce pronti a emergere.
Ma qui il discorso si sposta su un altro piano. La stessa wild card concessa a Madrid era stata assegnata anche a Cinà. Sei mesi di differenza, è vero, e sei mesi fa Jodar giocava ancora per l’University of Virginia, ma ciò che colpisce è la distanza nelle sensazioni: Jodar sembra già orientato, definito, consapevole, a proprio agio nel mondo dei grandi. Cinà appare come un buon giocatore in costruzione, con margini ma senza quella immediatezza, al bivio del talento, appunto.
Una crescita fuori scala
C’è infine una dimensione più intima del giovane spagnolo, quasi nascosta, che rende questa storia ancora più affascinante. Nel box di Jodar, durante la partita contro Fonseca, c’era una sola persona: suo padre. Nessun team allargato, nessun preparatore, nessun entourage, piedi ben piantati a terra. Solo lui. Non era un tennista, suo padre. Ha imparato il gioco per accompagnare il figlio quando ha capito che quella passione poteva diventare qualcosa di più ed in un tennis (ma potremmo allargare ovviamente a quasi tutte le discipline) sempre più strutturato, dove ogni dettaglio è affidato a specialisti, quella panchina solitaria ha qualcosa di sorprendente e che rimanda romanticamente ad altri momenti e vissuti. Allo stesso tempo, però, racconta molto di questa crescita.
Perché Jodar, in tre mesi, ha fatto passi che normalmente richiedono molto più tempo. Lo avevamo visto giocare dal vivo, in Australia, e confrontarlo con quello di oggi dà la sensazione che sia passato un anno e mezzo, non qualche settimana.
Dal punto di vista tecnico, il quadro è già completo: aggressivo, efficace in risposta, dotato di un rovescio di altissimo livello, con un dritto in costante evoluzione e senza alcuna paura di prendersi il punto, anche andando a rete. È un tennis moderno, coraggioso, che si sposa perfettamente con le condizioni di Madrid, ma soprattutto è un tennis che non ha esitazioni. E questo, a certi livelli, fa la differenza più di ogni altra cosa. Il punto, semmai, è capire dove possa arrivare.
Perché se questi sono i risultati con una struttura ridotta al minimo, viene quasi da chiedersi quale possa essere il suo limite quando inizierà a circondarsi di professionisti, ad assorbire nuove idee, a confrontarsi con il circuito nella sua totalità. Forse è ancora presto per dirlo, ma è impossibile non accorgersene. Dici Rafa, e per la prima volta dopo tanto tempo, oltre a Nadal, pensi anche a Jodar.
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