WTA Charleston, verso la parità di montepremi: stanziati 2,5 milioni di dollari per le tenniste

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WTA Charleston, verso la parità di montepremi: stanziati 2,5 milioni di dollari per le tenniste

L’iconica terra verde di Charleston sarà la protagonista della settimana nel circuito WTA. Prima di tornare in Europa per il tour de force che condurrà diretto al Roland Garros, il tennis femminile – o parte di esso – rimane negli Stati Uniti, dove molte beniamine del pubblico di casa si contenderanno il titolo, con Elisabetta Cocciaretto in rappresentanza dell’Italia – qui il tabellone.

Comunque vada a finire, sarà un’edizione senza precedenti del Credit One Charleston Open. Da quest’anno il torneo statunitense elargirà un montepremi da record, facendo segnare quasi un raddoppio rispetto al 2025.
Da 1 milione e 200 mila dollari il prize money lievita a 2 milioni e 500 mila, di cui 200 mila offerti dalla Women’s Tennis Benefits Association (WTBA) per coprire ulteriori benefits.

La cifra corrisposta fino a un anno fa era il minimo richiesto per per un evento WTA 500. La scelta degli organizzatori e del proprietario della competizione Ben Navarro, padre della numero 25 del mondo Emma, si muove nella direzione dell’equità con le somme dei tornei maschili della medesima categoria.

La decisione epocale anticipa di otto anni la data decretata come scadenza ultima – il 2033 – per garantire la parità di compensi per i WTA 1000 e i 500 non combined. Per le competizioni che già svolgono i due tabelloni in contemporanea, invece, i tempi sono assai più risicati. Già dal prossimo anno dovranno garantire il medesimo prize money per uomini e donne.

Bob Moran, direttore di Charleston: “Lo sponsor coprirà l’aumento, altrimenti difficile pagare come un ATP 500”

A spiegare l’importanza della parità salariale è Bob Moran, il direttore del Charleston Open.
Intervistato da Front Office Sports, ha sottolineato come il cospicuo aumento del montepremi sia frutto di un accordo con lo sponsor principale del torneo, Credit One Bank, di cui Navarro possiede quote di minoranza.

“Non volevamo trovarci nella situazione di dover sovvenzionare il montepremi” ha ammesso Moran. “Dobbiamo vendere abbastanza biglietti, le nostre partnerships devono essere in linea e i ricavi dai diritti mediatici che otteniamo dai nostri partner internazionali: tutto questo deve sostenere il modello di business”.

Moran, che è anche parte del Board WTA, ha insistito a più riprese sull’importanza di trovare un equilibrio economico sostenibile per il circuito femminile, riconoscendo che molti tornei WTA non possono ancora permettersi cifre analoghe a Charleston.

Una delle criticità secondo il direttore è la disparità di ricavi provenienti dai diritti televisivi e dei media tra i due Tour.
“Al momento, i ricavi dai diritti media dell’ATP superano di gran lunga quelli della WTA” ha denunciato, aggiungendo come per gli eventi WTA 500 circa 63% del montepremi sia sovvenzionato dai diritti e dalle sponsorizzazioni, mentre nel circuito ATP gli accordi e le partnerships sono sufficienti a coprire gli interi costi relativi alle remunerazioni. “È qui che, per molti, il modello di business non ha senso. Non ancora. Noi siamo riusciti a trovare un partner che ci ha aiutato a raggiungere questo obiettivo.

I ritiri non risparmiano Charleston, Moran: “Il calendario è quello che è, massimi sforzi per garantire un grande evento”

Il Charleston Open sta facendo il massimo per garantirsi la presenza in tabellone delle top player. Perché se i ricavi provenienti dai diritti mediatici sono fondamentali, anche le entrate al botteghino hanno un peso rilevante. Avere in gara le migliori è una spinta non indifferente per la vendita dei biglietti.

Tuttavia, pur essendo presenti nomi di spicco come la campionessa uscente Jessica Pegula, Iva Jovic, Madison Keys e Belinda Bencic, le defezioni non sono mancate. Amanda Anisimova e Emma Navarro hanno dato forfait, confermando il trend al rialzo di ritiri. Il calendario fitto di impegni e la prossimità dell’inizio della competizione a Miami è penalizzante.

“A dire il vero, non siamo in una posizione ideale” ha detto Moran a proposito della collocazione del torneo che dirige. Il calendario è quello che è. Continueremo semplicemente a lottare, a creare un grande evento e a fare quello che stiamo facendo. Speriamo che le giocatrici continuino a riconoscerlo e che in futuro possiamo diventare un’opzione migliore.

L’auspicio è riuscire a trovare anche in questo aspetto un bilanciamento tra tutte le variabili in gioco. Secondo Moran, però, non ci saranno mai modifiche radicali in calendario. Non credo servano cambiamenti drastici; penso piuttosto a cambiamenti più intelligenti, basati sui dati analitici.

Gli eventi 500 a confronto

Grazie all’accordo con Credit One Bank, a Charleston è possibile garantire montepremi degni di un torneo ATP della medesima categoria.

Per comprendere al meglio l’unicum che rappresenta la terra verde a livello economico, è utile rapportare i 2 milioni e 500 mila dollari di prize money totale a quanto gli altri WTA 500 distribuiscono.

La spiccata maggioranza non va oltre il milione e 200 mila dollari stabilito come limite minimo. Le rare eccezioni sono il Queen’s, che lo scorso anno ha destinato 1,4 milioni dollari ai premi in denaro – per il 2026 ancora non è noto l’ammontare della cifra – e il torneo di Washington che supera gli 1,3 milioni. Tuttavia, Mubadala Citi DC Open ripartisce ai partecipanti quasi 2 milioni e mezzo a livello ATP.

Insomma, le cifre di Charleston per un torneo WTA da 500 punti sono normalità per il circuito maschile. Tuttavia, siamo lontani dai ‘paperoni’ di categoria. A guidare la classifica di remunerazione è Abu Dhabi con i suoi 3,3 milioni di dollari. Seguono Barcellona con 2,9 milioni e Doha, Dallas e Rotterdam che hanno un montepremi che supere i 2,8 milioni.

Il Rio Open e l’Abierto Mexicano di Acapulco, invece, sono più vicini ai premi elargiti da Charleston, con 2,4 milioni destinati ai protagonisti in tabellone. Anche nel Tour ATP, dunque, esistono differenze non trascurabili.

Il regolamento ATP, inoltre, prevede che gli ATP 250 e 500 possano accordare ai giocatori, soprattutto i big, appearance fees per garantirsi la loro presenza in tabellone – nel Rulebook si esplicita come i commitment players abbiano l’obbligo di disputare quattro ‘500’ su 18 competizioni valevoli per stilare il ranking di fine anno.
Quindi i prize money non sono le uniche entrate finanziare a finire nelle casse dei tennisti.

La situazione italiana

A margine, tracciamo un profilo del caso italiano. In Italia il massimo torneo tennistico sono gli Internazionali.

Trattandosi di un ‘1000’ combined, a Roma, secondo i dettami della WTA, si dovrà garantire la parità salariale già a partire dal prossimo anno.
Non una data banale, visto che, come ha spiegato Bob Moran, lo svantaggio economico del tennis femminile in termini di introiti è notevole e richiede tempo e strategia per essere colmato.

Nel nostro Paese la differenza di attrazione – e attenzione – mediatica tra tennisti e tenniste è notevole. Nessuno accusa nessuno. Ma la realtà è questa. E poter conformare la paga dei due circuiti non è una mossa automatica.
La WTA dovrà fare i suoi sforzi.

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