Da Sinner-Alcaraz a Lendl-McEnroe. Tanti confronti e trend bugiardi

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Da Sinner-Alcaraz a Lendl-McEnroe. Tanti confronti e trend bugiardi

“Io questo non lo batto più”. Lui, lei, mormora questa frase nel silenzio vaporoso di una doccia, sul suo volto i getti d’acqua e qualche lacrima. Lei, lui, ha appena perso. Lui, lei. Ma  chi? Chiunque. Dal quarta categoria al futuro hall of famer – non diciamo goat, per conclamata allergia alle questioni di lana caprina.

Djokovic, Nadal, Federer. O Connors, Lendl, McEnroe, Sharapova, Serena Williams. Becker, Edberg. L’avranno pronunciata anche loro questa frase? Chi si sente di escluderlo?

Il partito dei social avrà da ridire, ma sembra prematuro includere Sinner e Alcaraz nel gruppone di cui sopra. Da quando Jannik ha fatto lo scatto definitivo, la loro rivalità ha delineato questo schema. L’altoatesino, che  batte virtualmente tutti, perde spesso dallo spagnolo (0-3 nel 2024, 2-7 nel biennio 2024-25). Con partite quasi sempre lottate, ma spesso vinte su 4/5 punti decisivi, in cui lo spagnolo offre fantasia, freddezza e soluzioni tecniche che paiono al limite dell’incoscienza e del replicabile. Onestamente, però, l’ineluttabilità non si addice a due che hanno completato, nella peggiore delle ipotesi, un quinto della loro carriera (è consentito il gesto apotropaico, sì). Il suggerimento è di darci e dare loro un po’ di tempo ancora.

I TREND SMENTITI E QUELLI CONFERMATI

In uno sport fatto di incastri di caratteristiche, come il tennis, la questione degli head-to-head dice tanto, ma non tutto. Si vince contro il field, non contro il rivale di turno. Innegabilmente, però, è un dato che ha il suo peso. Sia come imprescindibile chiave di lettura nel pronosticare le possibilità di vittoria alla vigilia di un match. Sia in chiave storica, nel valutare le carriere di due rivali nel loro complesso.

Quando la dinamica degli H2H sembra prendere una direzione precisa, può scattare una sindrome. Per alcuni è quella di Salieri. Per altri quella di Cimabue. Il talento che sovrasta, l’allievo che supera il maestro. Ma l’esito non cambia: d’ora in poi, un atleta vincerà, l’altro perderà. Sicuri?

Qui corrono in aiuto le statistiche. Che spesso si incaricano di svuotare di assolutezza i tanti “io non vinco più contro questo” pronunciati a caldo dopo una sconfitta. Altre volte, meno frequentemente, il trend ha tracciato un binario unico, che non prevedeva scambi né salvifici deragliamenti.

LENDL-MCENROE

Prendiamo Lendl e McEnroe. Chi ha vinto la maratona, Ivan Salieri o il diversamente educato Mozart newyorchese? I numeri dicono che la testardaggine dai tratti robotici dell’ex cecoslovacco ha avuto la meglio. E non di poco. 21-15 recita il sito ATP. 

Quindi, è stato John a gridare, in mezzo a una smitragliata di f-word, “Io questo non lo batto più”? Entrambi. La loro rivalità vive alterni momenti di dominio. Sorprende forse in parte il filotto di 7 partite vinte una via l’altra da Lendl tra il 1981 e il 1982. Specie se consideriamo che, mentre McEnroe è già un plurivincitore slam, Lendl colleziona negli stessi tornei finali e piatti che possiamo immaginare dove abbia riposto. Ivan si sbloccherà proprio contro John nella meravigliosa finale del Roland Garros 1984, suo battesimo da vincitore in un major. 

Quindi, in quel periodo Ivan perde nelle finali slam, ma batte il satanasso USA costantemente. La tendenza si inverte nel biennio ’83-’84. Un netto 10-2 a favore dello statunitense (fra quei due c’è però la pesantissima vittoria di Lendl sul Philippe Chatrier). Bilancio che si presume faccia schiumare di rabbia il sempre tormentato Ivan. Ora è Lendl a dire: “Questo è imbattibile”. Per dare il via, subito dopo, alla fase più dominante della sua carriera. Imperniata su dieta e preparazione atletica programmate ossessivamente come nessun tennista ha mai fatto. Ingredienti che lo portano a essere il dominatore della seconda metà degli anni ’80. Un re sopportato, quando non odiato. À la Diokovic? Forse, ma apparentemente con minore sofferenza rispetto al serbo per il basso indice di popolarità. In tutto ciò, gli head-to-head prendono una piega sanguinosa per l’orgoglio del brat più famoso del tennis. Un impietoso 12-3 a favore di Lendl negli ultimi 15 incontri, complice il progressivo disinteresse di un McEnroe distratto da troppe incursioni extra-tennistiche.

SERENA WILLIAMS-SHARAPOVA

Curioso il caso della non rivalità fra Serena Williams e Maria Sharapova. Tralasciando le tracimazioni da telenovela che queste due hanno accluso al pacchetto, in presenza di una rete a dividerle non c’è stata storia. Eccezion fatta per un unico, importantissimo, capitolo. Il secondo. Finale di Wimbledon 2004 in cui prevale la russa. Bissando alle WTA Finals lo stesso anno. Sembra nata una rivalità. I 19 (diciannove) incontri successivi smentiranno clamorosamente trend e pronostici. Finisce 20-2, con Sharapova che riesce comunque a completare il career Grand Slam. Ennesima conferma che battere il field è incommensurabilmente più importante che sconfiggere uno specifico rivale. Qui ci sentiamo di dire che quella frase Maria l’abbia pronunciata molte volte. Sicuramente, tante sconfitte con la tennista di riferimento della sua epoca non possono non aver rappresentato un tarlo nella sua testa fino al momento del ritiro. E forse oltre.

DJOKOVIC-NADAL

Ci tocca, sì, ci tocca parlarne. Se due tennisti si sono incontrati 60 volte e le relative statistiche sono state sminuzzate da analisti sopraffini, da milioni di appassionati e dalle immancabili curve di ultras, chi siamo noi per esimerci da questo stanco esercizio, in equilibrio fra storia e mito?

Australian Open 2012. Dopo 5 set e 5 ore e 53 minuti due ragazzi non stanno in piedi (e i loro tifosi?). Novak, il villain, ha appena battuto Nadal, l'(ex)uomo toro. Che a Flushing Meadows, neanche un anno e mezzo prima, lo aveva a sua volta sconfitto nettamente.

Da quello US Open 2010 o da poco dopo, nasce però un altro Djokovic, che infligge 7 batoste consecutive, 3 delle quali sono finali slam, al maiorchino. 

“Io questo non lo batto più”. Torniamo lì. L’avrà detto Nadal? A giudicare dal computo finale degli confronti diretti, 31 a 29 a favore di Djokovic, ci sentiamo di dire di no. O che, comunque, se l’ha detto non si è ascoltato.

ALCARAZ -SINNER? NESSUNA CERTEZZA

Non vale solo per Nadal, Djokovic, Federer – che in quanto a sconfitte dolorosissime può tenere conferenze di qui al 2081. Vale per tutti gli atleti che accettano la condizione di sconfitto come parte integrante della loro vita agonistica. Personalità necessariamente egoriferite, che non possono prescindere da un’assoluta consapevolezza nei propri mezzi. Ma che nutrono grande rispetto per il valore dei loro principali avversari. Della cui caratura tecnico-psicologica si nutrono, ergendola a muro contro cui fare sponda per rilanciare la loro corsa al miglioramento costante e ossessivo.

Per cui, se Alcaraz si dichiara sorpreso, e per certi versi dispiaciuto, dalla sconfitta prematura di Sinner dobbiamo credergli. E se Jannik dice che vive e lavora per confronti come quello con Carlos, che implicano vittorie e lezioni, conferme e rimbalzi improvvisi dopo il crollo nel listino ATP, in stile Parigi-Londra 2025, beh, crediamoci.

Rispetto a psicologie come le loro, le nostre devono per forza fare atto di fede. A meno di non volere improvvidamente applicare le nostre categorie ai campioni dello sport. Noi che ci abbattiamo per una partita di doppio andata male o per un capoufficio che sfoga su di noi le sue insicurezze.

E se proprio non ci crediamo, fidiamoci dei numeri, che nel passato, vicino e meno vicino, hanno spessissimo invitato a dubitare di trend tracciati frettolosamente.

La tirannia della recency bias, lasciamola alle masnade di twittomani.

Ah, giorni fa si vociferava che, leggendo interiora non meglio identificate, un tizio abbia svelato quanto segue: Sinner a fine carriera avrà vinto 6 major. Dove si firma?

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