I top 10 puntano davvero al 50% delle entrate degli Slam?

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I top 10 puntano davvero al 50% delle entrate degli Slam?

Nel secondo episodio, abbiamo visto che l’atteso incontro tra gli Slam e i top 10 di ATP e WTA non c’è stato a Melbourne e non ci sarà a Indian Wells. I tennisti hanno rifiutato la proposta degli Slam di cominciare a discutere della formazione del consiglio dei giocatori in quanto ritarderebbe i progressi sulle questioni economiche fondamentali. In pratica, chiedono un montepremi che rappresenti una più alta percentuale dei ricavi dei Major, così da arrivare al 22% entro il 20230. Quello però sarebbe il primo passo, perché gli atleti sembrano puntare a un prize money pari alla metà delle entrate degli Slam.

“Noi siamo il prodotto, dovremmo avere il 50%”

Una spartizione in due parti pressoché uguali è adottata nelle maggiori leghe pro statunitensi, citate esplicitamente da Casper Ruud e Qinwen Zheng. “Se guardiamo al basket, tutti vengono pagati 50-50” aveva detto Qinwen. “I giocatori, stiamo lavoriamo davvero sodo… il nostro sistema è guasto” (broken, nell’originale). “Come giocatore, non credo sia giusto” erano state le parole di Casper. “Se si confronta con altri grandi sport del mondo, NFL, MLB, NBA, la condivisione dei ricavi è più vicina al 50%”. D’altronde, come ha detto Madison Keys, “visto che noi siamo il prodotto, ha senso che siamo partner”.

Tra l’altro, non c’è identità di vedute neanche sulle attuali percentuali. Per i tennisti, il montepremi dell’Australian Open rappresenta il 16% delle entrate, mentre Craig Tiley ha fatto notare che devono essere considerati solo i ricavi dell’Happy Slam, non tutte le entrate di Tennis Australia a prescindere dall’attività che le genera. In quel modo, la percentuale è del 21%.

La NBA, Snoopy e Wimbledon

Anche il 21% messo sul piatto da Tiley appare poca cosa rispetto a quel 50% distribuito da leghe come la NBA e la NFL: una notevole differenza che va però contestualizzata. Le associazioni tennistiche nazionali proprietarie degli Slam (Wimbledon è dell’AELTC, ma il Club gira alla LTA britannica il 90% degli introiti generati dal torneo) si occupano nella promozione del tennis nei rispettivi Paesi, hanno i centri di formazione per i giovani tennisti che puntano al professionismo, sostengono i tornei minori (la cui esistenza in Gran Bretagna era stata a rischio dopo l’edizione di Wimbledon saltata nel 2020 a causa della pandemia).

Inoltre, ogni Slam contribuisce annualmente con 750.000 dollari al Grand Slam Player Development Programme, fondo di cui hanno beneficiato anche Gustavo Kuerten, Li Na ed Elena Rybakina. Insomma, le federtennis reinvestono in attività che non sono di competenza delle citate leghe e che non sono meramente finalizzate alla monetizzazione.

Per renderci conto di cosa significherebbe quel 50%, prendiamo Wimbledon, scelto non perché avevamo già sottomano i dati dell’All England Lawn Tennis Club, bensì in quanto torneo più famoso del mondo: se una persona è in grado di nominare un solo evento del calendario tennistico, è quasi sicuramente lo Slam londinese e l’idea è di rivolgerci anche a quella persona – sì, adesso ci sentiamo mainstream, ma passerà. Perfino il celebre bracchetto Snoopy, dismessi temporaneamente i panni del famoso scrittore o dell’asso dell’aviazione della Prima guerra mondiale e impugnata la racchetta, aveva tentato di andare a giocare non allo US Open ma a Wimbledon (missione rimasta incompiuta perché pensava fosse dalle parti di Kansas City, dettagli).

Montepremi pari a metà delle entrate: la matematica impossibile

Attorno alla metà dello scorso decennio, Wimbledon era arrivato a offrire un montepremi che valeva il 16% delle entrate, percentuale poi calata, anche drasticamente con la pandemia. Dall’11,8% del 2024, nell’ultima edizione si è attestata poco sopra il 13%.

Prize money di 53,5 milioni di sterline, entrate per 406,5 milioni e un utile di 54,3 milioni nell’anno finanziario 2024, di cui 49,8 milioni sono stati destinati alla LTA, l’associazione tennis britannica. Togliamo le virgole per massima semplicità (tanto, a chi fa differenza mezzo milione di sterle in più o in meno?). Se ai tennisti fossero distribuiti 203 milioni (il 50% di 406), le uscite dell’AELTC aumenterebbero di 150 milioni (da 203 abbiamo sottratto l’attuale montepremi, 53 milioni) e l’utile di 54 milioni diventerebbe così una perdita pari a 96 milioni. Le conseguenze sarebbero un po’ più gravi del rischio di non poter organizzare il Challenger di Ilkley l’anno successivo. Affermare semplicemente l’insostenibilità di un siffatto modello va oltre l’understatement.

Di fronte al risultato di questa aritmetica elementare, verrebbe quasi da domandarsi se i tennisti capiscano la differenza tra entrate e utili, tra ricavi e guadagni. Quando vinci uno Slam e vedi il montepremi totale sulla tua pagina ATP aumentare di qualche milione, ma il bonifico che ricevi è decurtato delle “tasse”, devi pagare spese e stipendi ad allenatore, preparatore atletico, fisio, agente e chi più ne ha più è top player, la differenza tra lordo e netto ti diventa piuttosto evidente. Allora, forse il solo Wimbledon sarebbe in difficoltà?

I numeri dell’Australian Open

Il 50% risulta impossibile se calcolato sull’esempio di Wimbledon, evento pensando al quale, oggettivamente, la prima associazione mentale non è “macchina da soldi”. Tuttavia, altro Slam, nemmeno Tennis Australia può permettersi di distribuire un montepremi pari alla metà delle proprie entrate, nonostante l’indiscussa capacità manageriale di Craig Tiley, tanto da fargli guadagnare la pole position nella corsa alla poltrona più importante della USTA e passare indenne la sconcertante gestione dell’affaire Djokovic nel 2022.

L’associazione tennis aussie si è pienamente ripresa dopo le perdite per 100 milioni registrate nell’anno finanziario 2020/21, quando dovette prosciugare le riserve di liquidità (80 milioni) e ricorrere a prestiti per 40 milioni per organizzare lo Slam “del covid”, tra pubblico ridotto da una parte e voli charter e quarantena per giocatori e staff dall’altra.

Le entrate dell’anno finanziario 2024/25, in larghissima parte ascrivibili all’Australian Open, ammontano a 697,2 milioni di dollari, con un utile di 15,8 milioni. Anche in questo caso, destinare al montepremi dei tennisti il 50% dei ricavi del solo torneo, diciamo circa 270 milioni (invece dei 111,5 previsti), non sarebbe sostenibile. Lo stesso Ruud fatica a immaginare un traguardo del genere: “Non credo che ci arriveremo mai. Ma se riusciamo ad avvicinarci, penso che ogni percentuale sia utile”.

A pagina 2: trattative, narrazioni e terremoti

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