Karim Alami da Doha: “Servono due tour. I tornei andrebbero protetti dalle esibizioni”

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Karim Alami da Doha: “Servono due tour. I tornei andrebbero protetti dalle esibizioni”

Di Federica Migliorati

Nel colloquio con Stefano Semeraro su Il Tennis Italiano, Karim Alami affronta uno dei nodi centrali del tennis moderno: un calendario sempre più congestionato e difficile da sostenere. L’ex numero 25 del mondo parte da un concetto chiaro, che sintetizza il suo pensiero: “Il calendario va ripulito”.

Per Alami il problema non è soltanto il numero dei tornei, ma la loro distribuzione e la mancanza di una gerarchia realmente funzionale. “L’obiettivo è proteggere i giocatori: sono loro i protagonisti dello spettacolo. Se giocano molto, si faranno male e il nostro prodotto ne risentirà, e questo non va bene. Inoltre penso che due settimane per un 1000 siano troppe…, sottolinea, evidenziando come l’attuale struttura finisca per penalizzare sia chi compete ai massimi livelli sia chi cerca spazio per crescere.

Anche ai miei tempi, ricordo che quando andavamo a Miami e non potevamo giocare da nessun’altra parte, erano 12 giorni molto lunghi. Si sta lontano da casa per molto tempo, ma soprattutto pensiamo a chi perde al primo turno: deve aspettare 10 giorni per giocare un altro turno, un’altra partita. Oppure a chi vince: deve passare due settimane in un posto e poi spostarsi per altre due settimane. Un mese intero, per due tornei, è troppo tempo. Questa è la mia opinione personale”

L’idea di Alami

La sua proposta è netta e strutturata: “Servono due tour”. Non un semplice aggiustamento, ma una vera riorganizzazione. “Ad esempio, il Golden Tour e il Silver Tour: i 1000 e i 500 che fanno parte del primo e i 250 e i migliori Challenger del secondo. Se vuoi arrivare al Golden Tour devi meritartelo, devi avere l’approvazione dei giocatori per essere promosso. Secondo Alami questa distinzione permetterebbe di creare maggiore chiarezza per tutti: giocatori, organizzatori, sponsor e pubblico.

L’ex giocatore marocchino spiega anche come le esibizioni abbiano contribuito a complicare ulteriormente la stagione: “Capisco i giocatori: hanno una carriera breve e devono guadagnare il più possibile, è comprensibile. Allo stesso tempo, però, non dovremmo lasciare che queste esibizioni mettano in ombra gli eventi Atp. Quando si gioca un’esibizione c’è la possibilità di farsi male, e magari non si partecipa a tornei che sono in calendario da molti, molti anni, che costano così tanto agli sponsor, alle federazioni, ai promotori, e che dovrebbero essere protetti in qualche modo”.

Avvicinarsi ai fan

E il pubblico generale? Secondo Alami, anche chi segue il tennis solo sporadicamente fatica a districarsi: “Noi veniamo dal mondo del tennis, ma chi non segue il tennis tutto il tempo rischia di perdersi fra le sigle: Itf, Atp, la Wta, i Grand Slam, poi c’è la Coppa Davis, la Laver Cup, l’Atp Cup, i 250, i 500, i 1000… La gente si confonde. Se vogliamo avere un prodotto davvero bello, dovrebbe esserci un’unica entità, un unico ombrello che tiene tutto sotto. Sarebbe più efficace anche per vendere insieme i diritti televisivi, per acquisire gli sponsor”.

Inoltre Alami ragiona su quanto possa essere importante avere un giocatore fra Arabia e nord Africa per riprendere la scia creata dalla tennista Ons Jabeur: “Non proprio, ad essere sincero. In Tunisia non avevano avuto mai nessun giocatore prima di Ons, è spuntata così, dal nulla. Il Marocco non aveva mai avuto nessun giocatore di tennis, noi tre – io, El Aynaoui e Arazi – siamo arrivati negli anni ’90, provenendo da tre contesti diversi. Ci sono molti talenti nel mondo arabo: in Qatar, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Marocco, in Egitto, in Tunisia, ma il più delle volte manca il sostegno economico”.

Investimenti

“Ora le cose stanno migliorando e la gente sta capendo che lo sport è un modo per educare un bambino, che si impara la disciplina, si impara a lavorare sodo, si impara il rispetto, la costanza, ma ripeto, non è facile. Bisogna avere molti soldi per viaggiare, per avere un coach, per allenarsi all’estero. In Italia si organizzano 50 tornei all’anno, dal Foro Italico a quelli più piccoli, è quello il segreto del successo attuale del tennis italiano, perché negli ultimi 10-15 anni avete lavorato sui tornei, organizzando piccoli eventi, dando la possibilità ai vostri giocatori di competere, di crescere, di guadagnare punti e confrontarsi continuamente con gli stranieri.

Nel mondo arabo non ci sono abbastanza tornei, non ci sono abbastanza allenatori, e allenatori di alto livello. Abbiamo molti campi, abbiamo molte strutture, e soprattutto il clima è fantastico, geograficamente siamo a due ore dall’Europa, ma la mentalità è diversa, è più orientata verso il calcio o l’atletica, che sono meno impegnativi dal punto di vista finanziario, perché, non dimentichiamolo, il tennis è uno sport ricco”.

Alami sul momento attuale del tennis

Alami riflette sul futuro dei top player e sul dominio dei giovani Sinner e Alcaraz: “Per ora non vedo nessun terzo o quarto uomo. Ci sono molti buoni giocatori dietro di loro, come Zverev, Auger-Aliassime, Rublev, Medvedev, Musetti, ma il livello di Alcaraz e Sinner è diverso ed è per questo che dominano. Se Jannik o Carlos non sono in una buona giornata, possono sicuramente perdere contro gli altri: ma una volta su dieci”.

Infine alla domanda sul loro dominio che possa diventare potenzialmente “noioso”, la sua opinione è limpida: “Tu ricordi Rafa e Roger: hanno controllato tutto per molti, molti anni. Poi è arrivato Novak, e poi Murray a dar loro un po’ fastidio. Oggi ci sono Medvedev, Zverev, ci sono questi ragazzi che possono sfidarli occasionalmente, ma ci vorrà del tempo perché emerga un terzo incomodo.

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